Attivismo, Rojava e usi bellici dell'intelligenza artificiale con Eddi Marcucci - L'INTERVISTA

L'autrice di "Rabbia proteggimi" è stata ospite della rassegna 42Gradi presso le Vecchie Segherie Mastrototaro

sabato 25 luglio 2026 10.37
A cura di Serena De Musso
Si chiama Maria Edgarda Marcucci, è nata nel 1991 a Roma e nella sua vita ha scelto di stare dalla parte giusta della storia. Conosciuta anche come "Eddi", l'esperienza di attivismo e militanza per Marcucci inizia aderendo ai movimenti studenteschi e si evolve successivamente con l'adesione al Movimento No Tav. Ma ad un certo punto cambia qualcosa: come per gli attivisti della Global Sumud Flotilla, Tony La Piccirella e Sara Suriano con cui ha condiviso il palco nel talk "In mezzo al problema" (link all'articolo "In mezzo al problema": Tony La Piccirella, Sara Suriano ed Eddi Marcucci raccontano la repressione del dissenso a 42Gradi ), quelli che prima erano progetti e ideali diventano azioni concrete, diventano la sua vita. Dal 2017 al 2018 Eddi si unisce all'Unità di difesa delle donne curde in Rojava (YPJ), una democrazia senza stato a maggioranza curda nella parte occidentale del Kurdistan. Questo gruppo si è occupato non solo di contrastare l'avanzata dello Stato Islamico ma di garantire l'autodeterminazione ai civili curdi coniugandola con istanze di ecologia radicale e femminismo e perseguendo l'autonomia democratica. In particolar modo l'intervento dell'YPJ non si limita alla presenza delle donne sui campi di battaglia, ma svolge anche una fondamentale funzione sociale: la liberazione delle donne è un tema centrale per il movimento di liberazione curdo che vede nella resistenza uno strumento di emancipazione.

Tornata in Italia dopo aver prestato servizio in Rojava, Marcucci verrà condannata dal Tribunale di Torino a due anni di sorveglianza speciale, che hanno limitato la sua libertà personale, in quanto ritenuta socialmente pericolosa. Ai microfoni di BisceglieViva l'intervista integrale.

Come ritieni il trattamento riservato alle persone attiviste come soggetto politico in Italia?

«Io credo che ci sia un po' un problema quando si dividono le persone politiche dalle persone, cioè io non credo di avere un trattamento peggiore in quanto attivista, militante politica. Credo semplicemente di avere a che fare con quello che è il trattamento che lo Stato ha nei confronti di una grossa parte di società che si compone anche di chi fa attività politica. Non penso che sia tutto uguale. Penso però che tutto sia un risultato anche sociale e che quindi nel momento in cui abbiamo pezzi di società così in difficoltà vediamo anche quanto di fatto aumenta ad esempio la popolazione carceraria. Recentemente in Italia sono riaumentati piccoli reati da strada. Dagli anni 90 in poi la criminalità è solo scesa e se sta tornando qualche tipo di reato da strada è perché la gente sta sempre peggio. E poi, il fatto che la criminalità sia sempre andata discendendo dagli anni 90 in poi di fatto non ha cambiato il sovraffollamento carcerario. Anzi, la popolazione carceraria continua ad aumentare. Non ci sono riuscite neanche le misure alternative al carcere che invece di alleggerire la popolazione carceraria hanno ampliato la platea di persone detenute fuori dal carcere di 250.000 persone circa. Riguardo questo non abbiamo dei dati certi, lo Stato non ci dà questi numeri, anzi se li cercate vi dicono che sono circa 50.000, ma questo è un dato del 98».

«Questo per dire che credo che semplicemente, purtroppo, il modo in cui stiamo organizzando la società in questo momento ha un divario molto grande tra chi ha un potere su di essa e chi ne fa parte, e che questo divario sia andato sempre più ampliandosi di pari passo con quello dei salari tra i miliardari, l'1% del mondo e noi. Ecco in quel caso parliamo di potere economico-finanziario, ma credo che il potere politico non sia andato in una direzione tanto diversa. Penso che l'Italia dimostri, l'Italia Stato dimostri in molte occasioni il suo disprezzo per la società, che sia una società politicamente attiva o che sia una società suo malgrado politica. Perché poi stare in società è di per sé un atto politico. Credo che invece sia necessario unirsi, anche tra persone che hanno ragioni diverse per aver sperimentato la detenzione, ragioni diverse per occuparsi di giustizia, ma comunque che tutte insieme costruiamo un orizzonte in cui non si scaricano sul singolo quelli che invece sono i problemi della società».

In base a ciò che hai visto nella tua esperienza in Rojava, combattendo nell'Unione della difesa delle donne curde, credi che l'Occidente abbia delle responsabilità per quanto accade in Kurdistan?

«Quella della guerra è una catena di montaggio che attraversa tutto il mondo. Le stanze dei bottoni, la maggior parte sono qua. Quindi qualunque guerra ha una partecipazione occidentale o di determinati Stati. Penso alla situazione israeliana, penso al supporto ad Erdogan, penso anche alla situazione con la Libia, ci sono una serie di fronti su cui, per ragioni di dominio economico, l'Italia ha particolarmente le mani in pasta. Ciò detto, siamo uno dei maggiori esportatori di armi. Leonardo Spa è una leader nell'industria bellica ed è proprio un prodotto nostrano, nonostante le bandiere fiscali le abbia sempre altrove».

«La responsabilità che noi abbiamo nei confronti di queste guerre bisogna darlo per assunto. Viviamo in un mondo globalizzato: se non ce l'ha insegnato il covid che si può ammalare qualcuno in Cina e succede la stessa cosa in tutto il mondo non so cos'altro ce lo possa far comprendere. Esattamente come la salute, così funziona anche con la pace o la sua assenza e quindi la guerra. Siamo tutti e tutte coinvolti e coinvolte e credo che se solo tendessimo l'orecchio nei confronti di chi paga il prezzo di questo sistema a livello più feroce cioè chi ha le bombe in testa, noteremmo che ce lo stanno dicendo da parecchi anni, da tantissimo tempo. Le bombe vengono sganciate da uffici, da strutture militari che spesso stanno invece ben lontano da dove quelle bombe esplodono. Quel "ben lontano" è casa nostra»

Che ruolo gioca o ha giocato l'intelligenza artificiale nelle grandi violazioni dei diritti umani a noi contemporanee?

«Che l'intelligenza artificiale sia qualcosa che non viene usato a favore della società, bensì contro, è evidente. Basti pensare a Palantir, sono evidenti i raid dell'ICE, la questione cercapersone, il modo in cui Israele ha usato l'intelligenza artificiale a partire dal 7 ottobre è anche abbastanza inquietantemente innovativo. Qualunque apparato tecnologico ha una sua familiarità con la guerra. Io consiglio sempre un saggio di Paul Virilio che si chiama "Guerra e cinema. Logistica della percezione". Ci sono tante cose che non sono attuali in quel saggio, ma credo che invece ad essere molto attuale sia la definizione delle armi come strumenti di percezione, cioè ogni cambiamento di un campo di battaglia è il cambiamento di un modo di percepire il mondo. L'introduzione dell'intelligenza artificiale nei campi di battaglia e nella macchina d'assemblaggio della guerra deve assolutamente chiamarci ad una responsabilità di valutazione di quanto invece si tratti di un approfondimento in una direzione che non può far altro che creare altra distruzione, perché anche il consumo di risorse necessario per mandare avanti l'intelligenza artificiale non è qualcosa che possiamo pensare che avverrà pacificamente».

«Chi è che vorrebbe dare un pezzo della propria terra, del proprio paese, per far mettere un data center o una facility per i server? Io personalmente preferirei tenermi la costa, la spiaggia o quello che è, invece di dover consumare acqua potabile che guarda caso anche la guerra consuma. Il legame tra progresso tecnologico e tecnologia bellica è sempre stato molto stretto. Il problema di adesso è che non si vede più la differenza, perché mentre prima cose come il GPS o Internet venivano sviluppate in strutture militari e poi trovavano un loro impiego civile, oggi invece le strutture militari lavorano proprio a partire da quelle produzioni e da quelle startup che fanno dual use. Se ai tempi di un aereo da guerra nessuno se lo poteva assemblare da sé. Ecco che un drone, invece, diventa qualcosa di molto più fattibile».