Pesca, nella BAT si lavora solo 1 giorno su 3: «Settore ai minimi storici, servono ammortizzatori sociali strutturali»

La denuncia della Flai Cgil provinciale che richiama l'attenzione sulle problematiche delle marinerie che rischiano il collasso

martedì 13 ottobre 2026 12.13
Appena 100-120 giorni di lavoro effettivo su 365 all'anno: è questo il bilancio operativo medio di un'imbarcazione da pesca nelle marinerie della sesta provincia pugliese. Un'attività economica che riesce a produrre per appena un terzo dell'anno solare, a causa del fermo biologico, del maltempo e della riduzione del pescato, ma che deve comunque sostenere il 100% dei costi fissi, contributivi e di gestione.

​La Flai Cgil Bat segnala una contrazione del settore mai registrata prima, con il numero di pescherecci attivi e di addetti imbarcati arrivato ai minimi storici. A gravare sulla sostenibilità economica delle imprese e dei lavoratori del mare è la totale assenza di un ammortizzatore sociale strutturale capace di garantire la continuità reddituale nei periodi di inattività forzata, unitamente all'impatto dei cambiamenti climatici (riscaldamento del Mar Adriatico e proliferazione di specie aliene) che stanno abbattendo la resa commerciale del pescato.
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​«Siamo di fronte a un'equazione economica non più sostenibile – dichiara Dora Lacerenza, segretaria generale della Flai Cgil Bat. Chi lavora in mare guadagna cifre non proporzionate al rischio, alla fatica e alle spese sostenute. Questo stallo soffoca ogni prospettiva di ricambio generazionale: chi ha ereditato il mestiere da padri e nonni oggi scoraggia i propri figli dall'intraprendere la stessa carriera.

​Il punto di svolta non può che essere normativo e strutturale: serve l'introduzione immediata di un ammortizzatore sociale dedicato e strutturato, al pari degli altri settori produttivi del Paese, che tuteli il reddito dei lavoratori nei periodi di fermo pesca e di avversità meteo-marine. Senza una rete di protezione sociale e un piano di sostegno al settore da parte del Governo e delle istituzioni a tutti i livelli, la pesca italiana andrà incontro a un'irreversibile crisi occupazionale».

​L'assenza di tutele economiche rischia di spazzare via un patrimonio di competenze e un indotto fondamentale per l'economia agroalimentare della Puglia. La tenuta del settore poggia unicamente sulle spalle dei pescatori la cui passione non può sostituirsi alle garanzie economiche e previdenziali – conclude Lacerenza –. Finché le imbarcazioni continuano a uscire c'è un presidio economico e sociale da salvaguardare, ma la politica deve decidere subito se intervenire per salvare il comparto o lasciarlo morire. Siamo di fronte a una tempesta perfetta. ​Se da Roma non arrivano segnali concreti, la pesca italiana andrà incontro a una morte annunciata. È il momento di scegliere responsabilmente: vogliamo salvare il salvabile o lasciare morire inesorabilmente un settore strategico per l'economia e l'identità del nostro territorio?».