Veneziani torna a Bisceglie e racconta il «Sud dell'anima» a "Libri nel Borgo Antico"

Grande partecipazione per l'autore in un dialogo profondo sulla memoria come resistenza al futuro virtuale

domenica 31 agosto 2025 11.05
A cura di Tonino Lacalamita
Un ritorno alle radici, nella sua Bisceglie, per presentare il libro forse più intimo. Grande partecipazione di pubblico ieri sera per l'incontro con Marcello Veneziani, ospite della XIII edizione del festival "Libri nel Borgo Antico". L'autore ha presentato la sua ultima opera, "C'era una volta il sud" (Rizzoli), trasformando l'evento in un dialogo profondo sul nostro tempo, un viaggio sentimentale attraverso immagini e pensieri, che diventa il pretesto per una riflessione più ampia sul nostro tempo, sulla nostra umanità e su cosa rischiamo di perdere.

In un'era dominata dall'Intelligenza Artificiale, un'operazione nostalgica come quella di "salvare la memoria" potrebbe sembrare controcorrente. Ma per Veneziani, è proprio questa la sua necessità. "Più il mondo diventa algoritmico e artificiale," spiega, "più l'essere umano ha bisogno di un contrappeso. La memoria non è il contrario del futuro, è la sua radice". L'invito del libro è a non delegare la nostra anima a una macchina, a custodire quel patrimonio di sguardi e legami che ci definisce. Non un esercizio di antiquariato, ma un vero e proprio "atto di ecologia dello spirito contro l'inquinamento della dimenticanza".

Veneziani torna a Bisceglie e racconta il «Sud dell'anima» a "Libri nel Borgo Antico" © Tonino Lacalamita
Veneziani torna a Bisceglie e racconta il «Sud dell'anima» a "Libri nel Borgo Antico" © Tonino Lacalamita
Veneziani torna a Bisceglie e racconta il «Sud dell'anima» a "Libri nel Borgo Antico" © Tonino Lacalamita
Veneziani torna a Bisceglie e racconta il «Sud dell'anima» a "Libri nel Borgo Antico" © Tonino Lacalamita

Se il libro vuole salvare le tracce di un mondo prima che cali la notte, sorge spontanea una domanda sul nostro presente: cosa salveranno le future generazioni della nostra epoca virtuale? La risposta di Veneziani è lucida e quasi spietata: "Quasi nulla di tangibile". A differenza delle memorie solide del passato – una foto stampata, una lettera, una "reliquia" – noi produciamo dati volatili. "Temo che non salveranno i nostri selfie filtrati," afferma. "Forse, salveranno le tracce della nostra grande solitudine, un'archeologia digitale di un'umanità con migliaia di 'amici' virtuali ma disperatamente sola". L'unica speranza, per reazione, sarà una "fame struggente" per le rare tracce di autenticità che sopravvivranno alla smaterializzazione.

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Ma il racconto di Veneziani non è un'operazione per pochi. Il Sud che descrive diventa universale perché incarna l'archetipo della "provincia": un mondo a misura d'uomo, fatto di prossimità e comunità. "Il Veneto contadino degli anni Cinquanta o un villaggio della Bretagna," ha spiega nel dialogo condotto dal giornalista Roberto Straniero, "condividevano la stessa grammatica esistenziale". Il suo è un libro sul "Sud dell'anima", quel luogo delle radici che ognuno porta dentro di sé.

Il cuore pulsante di questo viaggio sono le immagini, gli scatti amatoriali degli album di famiglia. Per l'autore non sono illustrazioni, ma la fonte stessa del racconto. "Possiedono quella che Walter Benjamin chiamava 'l'aura'," riflette Veneziani, "quella magia indicibile che un'immagine digitale, riprodotta all'infinito, ha perso". Uno scatto di allora era un rito per fermare il tempo. Oggi, quelle foto sono un "ponte fisico gettato sull'abisso del tempo", che ci costringe a guardare i nostri antenati negli occhi per trovare le fondamenta del nostro presente.