Veronica Raimo alle Vecchie Segherie Mastrototaro con "Non scrivere di me"
La presentazione si è svolta nella serata di venerdì 27 marzo
sabato 28 marzo 2026
20.12
Nella serata di venerdì 27 le Vecchie Segherie Mastrototaro hanno ospitato la presentazione di "Non scrivere di me", il nuovo romanzo di Veronica Raimo, scrittrice vincitrice del Premio Strega Giovani con il romanzo "Niente di vero". A moderare la serata Viviana Peloso.
"Non scrivere di me" è la parabola di un fallimento di S., una persona attratta dal fallimento che fallisce innamorandosi pazzamente di un altro fallimento, Dennis May con cui il suo vissuto si incastra perfettamente. In un momento in cui a tutte le protagoniste dei libri viene richiesto una parabola di emancipazione e successo, Veronica Raimo racconta di una storia sfacciatamente onesta, ma sincera, che non si nasconde ma rivendica la sua libertà d'essere.
Nel libro anche la narrazione di un'amore ossessivo che sfocia in violenza: sarà un momento spartiacque per S. che dopo quella scena verrà rappresentata solo 10 anni dopo, quando "il fallimento" si sarà ormai compiuto, lei non si sarà più laureata e lavorerà in un bar. Un trauma ricorrente, che la protagonista si porta a strascico nella sua vita, in grado di spazzare via ogni sua conoscenza e aspirazione. Non lo racconta a nessuno, l'unica persona con cui desidera condividerlo è l'artefice stesso del suo dolore, come se lui fosse in grado di liberarla da questo dolore. Non ci sono romanticizzazioni, le emozioni non sono chiave della narrazione come non lo è nemmeno la scrittura, vissuta dall'autrice non come strumento chiarificatore ma come atto assoluto, privo di secondi fini.
«Per me era importante in questo romanzo essere esplicita perché non volevo che ci fosse nessuna forma di ambiguità. Non è un romanzo che cerca di indagare la zona grigia. Era molto importante che fosse esplicito ciò che era successo, le dinamiche in cui si era concretizzata la violenza ed è un romanzo che poi affronta più che altro il percorso post-traumatico che può essere molto diverso per le persone. Quello che mi interessava di più era parlare di come può essere a volte imprevedibile, a volte sconveniente, persino osceno il modo di attraversare quello che avviene dopo aver subito una violenza sessuale. È qualcosa che molto spesso si immagina che debba seguire un certo protocollo. Credo che lo spazio della scrittura e della letteratura serva ad indagare anche possibilità diverse delle possibilità che possono apparire scandalose» ha raccontato la scrittrice.
«Per me la letteratura è un modo per interrogarsi in un territorio che spero sia ancora libero rispetto ad altri territori ed è un modo per provare a porre delle domande scomode, delle domande politiche in un territorio che è diverso dal territorio della politica. Per me scrivere p essenzialmente mettersi in una condizione sempre di rischio ed incertezza e di dubbio. Quando scrivo non voglio provare a risolvere dei dubbi, voglio provare ad entrare io stessa nel dubbio» ha poi concluso.
"Non scrivere di me" è la parabola di un fallimento di S., una persona attratta dal fallimento che fallisce innamorandosi pazzamente di un altro fallimento, Dennis May con cui il suo vissuto si incastra perfettamente. In un momento in cui a tutte le protagoniste dei libri viene richiesto una parabola di emancipazione e successo, Veronica Raimo racconta di una storia sfacciatamente onesta, ma sincera, che non si nasconde ma rivendica la sua libertà d'essere.
Nel libro anche la narrazione di un'amore ossessivo che sfocia in violenza: sarà un momento spartiacque per S. che dopo quella scena verrà rappresentata solo 10 anni dopo, quando "il fallimento" si sarà ormai compiuto, lei non si sarà più laureata e lavorerà in un bar. Un trauma ricorrente, che la protagonista si porta a strascico nella sua vita, in grado di spazzare via ogni sua conoscenza e aspirazione. Non lo racconta a nessuno, l'unica persona con cui desidera condividerlo è l'artefice stesso del suo dolore, come se lui fosse in grado di liberarla da questo dolore. Non ci sono romanticizzazioni, le emozioni non sono chiave della narrazione come non lo è nemmeno la scrittura, vissuta dall'autrice non come strumento chiarificatore ma come atto assoluto, privo di secondi fini.
«Per me era importante in questo romanzo essere esplicita perché non volevo che ci fosse nessuna forma di ambiguità. Non è un romanzo che cerca di indagare la zona grigia. Era molto importante che fosse esplicito ciò che era successo, le dinamiche in cui si era concretizzata la violenza ed è un romanzo che poi affronta più che altro il percorso post-traumatico che può essere molto diverso per le persone. Quello che mi interessava di più era parlare di come può essere a volte imprevedibile, a volte sconveniente, persino osceno il modo di attraversare quello che avviene dopo aver subito una violenza sessuale. È qualcosa che molto spesso si immagina che debba seguire un certo protocollo. Credo che lo spazio della scrittura e della letteratura serva ad indagare anche possibilità diverse delle possibilità che possono apparire scandalose» ha raccontato la scrittrice.
«Per me la letteratura è un modo per interrogarsi in un territorio che spero sia ancora libero rispetto ad altri territori ed è un modo per provare a porre delle domande scomode, delle domande politiche in un territorio che è diverso dal territorio della politica. Per me scrivere p essenzialmente mettersi in una condizione sempre di rischio ed incertezza e di dubbio. Quando scrivo non voglio provare a risolvere dei dubbi, voglio provare ad entrare io stessa nel dubbio» ha poi concluso.