«Il presidente Vittorio Fata applica solo la legge»
Arriva la presa di posizione del fratello Domenico alle richieste di dimissioni del presidente del consiglio comunale
giovedì 4 giugno 2026
9.32
«Le continue tensioni all'interno di Palazzo San Domenico e le insistenti richieste di dimissioni sollevate dalle opposizioni contro il presidente del consiglio comunale Vittorio Fata superano i confini della normale dialettica politica e si spostano sul web». Di fronte a una martellante campagna social incentrata sullo scontro tra fazioni e sulla ricerca del consenso virtuale, è intervenuto per la prima volta in assoluto il fratello Domenico Fata. Una presa di posizione inedita, mossa dall'obbligo di porre un freno alle distorsioni della rete e di rimettere al centro della discussione i fatti oggettivi e i pilastri del diritto amministrativo.
La precisazione: «Una figura di garanzia giuridica, non politica»
«Fino ad ora ho sempre preferito restare in silenzio e assistere da spettatore, ma davanti ai continui attacchi social e ai tentativi di trasformare l'aula consiliare in un tribunale mediatico, mi vedo costretto a intervenire pubblicamente per la prima volta» esordisce la nota firmata da Domenico Fata, laureato in giurisprudenza.
«Mio fratello Vittorio non occupa quella poltrona in quota a una segreteria di partito, né ha il compito di fare da scudo umano alle dinamiche della maggioranza o dell'opposizione. Il presidente del consiglio comunale è, per legge, una figura di garanzia super partes (sopra le parti). Assistere a continui attacchi virtuali che confondono il ruolo dell'arbitro con quello dei giocatori in campo è un errore concettuale e giuridico grossolano, che punta solo a disinformare e a manipolare i cittadini biscegliesi».
I fatti: il rigore sui provvedimenti e sul rendiconto.
«A sostegno di questa tesi ci sono i passaggi formali avvenuti in aula, ben diversi dalle narrazioni parziali che circolano in rete. La presidenza non firma delibere e non decide le linee di indirizzo politico-amministrativo della giunta, ma vigila esclusivamente sulla legittimità e sulla regolarità degli atti nell'interesse dell'intera assise.
È accaduto con il delicato regolamento sui contributi economici per il sostegno delle famiglie vulnerabili, dove la presidenza ha garantito le prerogative delle minoranze, assicurando lo spazio per emendare (modificare) il testo. Ed è accaduto, in modo ancora più evidente, durante l'esame del rendiconto finanziario (il bilancio consuntivo del Comune): alla constatazione oggettiva della mancanza del numero legale in prima convocazione, l'avvocato Vittorio Fata ha applicato rigidamente le norme del Testo unico degli enti locali (Tuel) e del regolamento sul funzionamento del consiglio comunale, sospendendo la seduta.
A chi specula su questo passaggio, parlando di scelta politica, la replica è netta: la matematica e i regolamenti comunali non si interpretano. In prima convocazione il numero legale richiesto dal testo unico semplicemente non c'era, quindi l'atto di sospensione era un dovere previsto dalla legge, non una scelta discrezionale».
Il muro della legge contro la propaganda.
«La giurisprudenza consolidata del Consiglio di Stato ricorda che il Presidente del Consiglio risiede al vertice dell'Assemblea come custode dello Statuto e dei Regolamenti. La Sua carica gode di una stabilità d'organo specificamente tutelata dall'ordinamento, proprio per evitare che la massima assise cittadina sia ostaggio degli umori della piazza digitale o dei mutamenti degli equilibri politici. Non esistono rilievi formali, né tantomeno violazioni di legge, che possano giustificare una decadenza o un passo indietro.
A chi solleva la questione dell'opportunità del mio intervento parentale o del silenzio del presidente, la risposta è nei ruoli: il presidente del consiglio parla esclusivamente attraverso gli atti istituzionali e i decreti in aula, come impone il rigore della sua carica. Non spetta a lui scendere nell'arena dei social o della polemica quotidiana. Proprio per preservare l'istituzione da questo fango mediatico, ho ritenuto opportuno, come cittadino e come laureato in giurisprudenza che conosce le regole del gioco, ristabilire la verità tecnica dei fatti. Se un arbitro applica il regolamento e la tifoseria lo aggredisce, chiunque conosca la legge ha il dovere di difendere la validità delle regole.
Le Istituzioni non sono un palcoscenico per lo scontro mediatico, né il regolamento consiliare può diventare un terreno di trattativa politica. La stabilità della presidenza del consiglio è garantita direttamente dalla legge a tutela di tutti i cittadini, non degli equilibri di una fazione. La democrazia si esercita nelle urne e il funzionamento delle istituzioni è regolato dalle leggi dello Stato, non dagli algoritmi o dal sentimento popolare dei social network. Confondere l'applicazione rigorosa dei regolamenti amministrativi con una scelta di parte è un errore concettuale che si scontra violentemente con la realtà dei fatti. Questa mia precisazione, la prima e l'ultima sul tema, nasce unicamente per dovere di verità e per rispetto verso la cittadinanza di Bisceglie, che merita un dibattito fondato sulla certezza del diritto e non sulle narrazioni virtuali. Le regole valgono per tutti e, a Palazzo San Domenico, continueranno a essere applicate alla lettera».
La precisazione: «Una figura di garanzia giuridica, non politica»
«Fino ad ora ho sempre preferito restare in silenzio e assistere da spettatore, ma davanti ai continui attacchi social e ai tentativi di trasformare l'aula consiliare in un tribunale mediatico, mi vedo costretto a intervenire pubblicamente per la prima volta» esordisce la nota firmata da Domenico Fata, laureato in giurisprudenza.
«Mio fratello Vittorio non occupa quella poltrona in quota a una segreteria di partito, né ha il compito di fare da scudo umano alle dinamiche della maggioranza o dell'opposizione. Il presidente del consiglio comunale è, per legge, una figura di garanzia super partes (sopra le parti). Assistere a continui attacchi virtuali che confondono il ruolo dell'arbitro con quello dei giocatori in campo è un errore concettuale e giuridico grossolano, che punta solo a disinformare e a manipolare i cittadini biscegliesi».
I fatti: il rigore sui provvedimenti e sul rendiconto.
«A sostegno di questa tesi ci sono i passaggi formali avvenuti in aula, ben diversi dalle narrazioni parziali che circolano in rete. La presidenza non firma delibere e non decide le linee di indirizzo politico-amministrativo della giunta, ma vigila esclusivamente sulla legittimità e sulla regolarità degli atti nell'interesse dell'intera assise.
È accaduto con il delicato regolamento sui contributi economici per il sostegno delle famiglie vulnerabili, dove la presidenza ha garantito le prerogative delle minoranze, assicurando lo spazio per emendare (modificare) il testo. Ed è accaduto, in modo ancora più evidente, durante l'esame del rendiconto finanziario (il bilancio consuntivo del Comune): alla constatazione oggettiva della mancanza del numero legale in prima convocazione, l'avvocato Vittorio Fata ha applicato rigidamente le norme del Testo unico degli enti locali (Tuel) e del regolamento sul funzionamento del consiglio comunale, sospendendo la seduta.
A chi specula su questo passaggio, parlando di scelta politica, la replica è netta: la matematica e i regolamenti comunali non si interpretano. In prima convocazione il numero legale richiesto dal testo unico semplicemente non c'era, quindi l'atto di sospensione era un dovere previsto dalla legge, non una scelta discrezionale».
Il muro della legge contro la propaganda.
«La giurisprudenza consolidata del Consiglio di Stato ricorda che il Presidente del Consiglio risiede al vertice dell'Assemblea come custode dello Statuto e dei Regolamenti. La Sua carica gode di una stabilità d'organo specificamente tutelata dall'ordinamento, proprio per evitare che la massima assise cittadina sia ostaggio degli umori della piazza digitale o dei mutamenti degli equilibri politici. Non esistono rilievi formali, né tantomeno violazioni di legge, che possano giustificare una decadenza o un passo indietro.
A chi solleva la questione dell'opportunità del mio intervento parentale o del silenzio del presidente, la risposta è nei ruoli: il presidente del consiglio parla esclusivamente attraverso gli atti istituzionali e i decreti in aula, come impone il rigore della sua carica. Non spetta a lui scendere nell'arena dei social o della polemica quotidiana. Proprio per preservare l'istituzione da questo fango mediatico, ho ritenuto opportuno, come cittadino e come laureato in giurisprudenza che conosce le regole del gioco, ristabilire la verità tecnica dei fatti. Se un arbitro applica il regolamento e la tifoseria lo aggredisce, chiunque conosca la legge ha il dovere di difendere la validità delle regole.
Le Istituzioni non sono un palcoscenico per lo scontro mediatico, né il regolamento consiliare può diventare un terreno di trattativa politica. La stabilità della presidenza del consiglio è garantita direttamente dalla legge a tutela di tutti i cittadini, non degli equilibri di una fazione. La democrazia si esercita nelle urne e il funzionamento delle istituzioni è regolato dalle leggi dello Stato, non dagli algoritmi o dal sentimento popolare dei social network. Confondere l'applicazione rigorosa dei regolamenti amministrativi con una scelta di parte è un errore concettuale che si scontra violentemente con la realtà dei fatti. Questa mia precisazione, la prima e l'ultima sul tema, nasce unicamente per dovere di verità e per rispetto verso la cittadinanza di Bisceglie, che merita un dibattito fondato sulla certezza del diritto e non sulle narrazioni virtuali. Le regole valgono per tutti e, a Palazzo San Domenico, continueranno a essere applicate alla lettera».