Jonathan Bazzi presenta "Bestiola" alle Vecchie Segherie Mastrototaro - L'INTERVISTA
Un racconto intimo dal respiro universale che indaga l'emotività attraverso il contatto con il mondo animale
venerdì 6 novembre 2026
12.27
«L'animalità come rimedio al contagio psicosomatico della performance» si legge tra le pagine di "Bestiola", il nuovo libro di Jonathan Bazzi che ha incontrato il pubblico delle Vecchie Segherie Mastrototaro nella serata di giovedì 5 novembre. Una riflessione quella dell'autore di Febbre che non si ferma al mero risvolto intimistico, ma cerca di trovare con grande umiltà le ragioni profonde dell'umano, della paura della morte, delle ragioni dell'amare e dell'essere amati. Bazzi, classe '85, osserva da lontano la sua gattina Mirtilla fare il passo definitivo, irreversibile, affrontare l'inaffrontabile, scrive «Un corpo amato che s'inoltra nell'invisibile». La gatta, compagna di vita da ormai 17 anni, vola via dopo una lunga e dolorosa malattia: è questo per lo scrittore milanese il primo vero incontro con la morte, con il lutto di un essere amato, di un corpo amato che valica il confine, quel confine che prima o dopo tutti i corpi dovranno attraversare.
Più che di narrativa, il nuovo romanzo del finalista del Premio Strega 2020 sembra occuparsi di filosofia, di emotività: è un incontro con sé stessi, sul ciglio di un dirupo ma mentre c'è il vento caldo e una coperta calda sulle spalle. È un insieme di domande a cui non c'è risposta se non nell'animalità che prima di tutto ci anima e ci muove. Lo scrittore a più riprese attraversa la riflessione sul contatto tra esseri umani ed esseri animali smantellando i confini ideologici della "specie" e tracciando i profili di un sistema dove l'emotività non ha barriere se non quelle poste dalla perfomance umana, colma di ipocrisie e finzioni. Andare alla scoperta delle proprie emozioni si connota come un ritorno all'umano, quell'umano che altro non è se non l'essere bestiale.
«Spesso i libri sugli animali sono sempre dei libri che passano per libri minori, di secondo piano. Invece per cercare di onorare la profondità e la ricchezza di questo rapporto che io ho avuto con questi due gatti, Mirtilla e Purè, che adesso non ci sono più ho voluto cercare di andare oltre il pregiudizio o la retorica di quelle cose stereotipate che si dicono sul nostro rapporto con gli animali. Ho cercato di scavare più a fondo» ha spiegato Bazzi.
«Il mio primo rapporto con la perdita è avvenuto con questi gatti. Nei confronti della morte delle altre persone, della malattia, sono sempre scappato. Con loro non l'ho potuto fare perché sin dall'inizio ho sentito questa grande responsabilità. Attraverso il nostro legame mi hanno condotto fino a fare i conti con quel momento che appartiene alla condizione umana. Riscoprire la mia stessa animalità, il mio stesso essere un corpo con una pelle, grazie al rapporto con loro è stato per me un antidoto rispetto alle aspettative di una società dove si è continuamente in affanno, dove non si è mai abbastanza» ha poi concluso lo scrittore.
Più che di narrativa, il nuovo romanzo del finalista del Premio Strega 2020 sembra occuparsi di filosofia, di emotività: è un incontro con sé stessi, sul ciglio di un dirupo ma mentre c'è il vento caldo e una coperta calda sulle spalle. È un insieme di domande a cui non c'è risposta se non nell'animalità che prima di tutto ci anima e ci muove. Lo scrittore a più riprese attraversa la riflessione sul contatto tra esseri umani ed esseri animali smantellando i confini ideologici della "specie" e tracciando i profili di un sistema dove l'emotività non ha barriere se non quelle poste dalla perfomance umana, colma di ipocrisie e finzioni. Andare alla scoperta delle proprie emozioni si connota come un ritorno all'umano, quell'umano che altro non è se non l'essere bestiale.
«Spesso i libri sugli animali sono sempre dei libri che passano per libri minori, di secondo piano. Invece per cercare di onorare la profondità e la ricchezza di questo rapporto che io ho avuto con questi due gatti, Mirtilla e Purè, che adesso non ci sono più ho voluto cercare di andare oltre il pregiudizio o la retorica di quelle cose stereotipate che si dicono sul nostro rapporto con gli animali. Ho cercato di scavare più a fondo» ha spiegato Bazzi.
«Il mio primo rapporto con la perdita è avvenuto con questi gatti. Nei confronti della morte delle altre persone, della malattia, sono sempre scappato. Con loro non l'ho potuto fare perché sin dall'inizio ho sentito questa grande responsabilità. Attraverso il nostro legame mi hanno condotto fino a fare i conti con quel momento che appartiene alla condizione umana. Riscoprire la mia stessa animalità, il mio stesso essere un corpo con una pelle, grazie al rapporto con loro è stato per me un antidoto rispetto alle aspettative di una società dove si è continuamente in affanno, dove non si è mai abbastanza» ha poi concluso lo scrittore.