Capitolo ventitreesimo
Capitolo ventitreesimo
Il Ponte dell'Almà

Capitolo ventitreesimo

"Il Ponte dell'Almà", il nuovo romanzo a puntate del dott. Antonio Marzano

«Dottore è arrivato un bambino accompagnato da entrambi i genitori. Lamenta un dolore al ginocchio tanto forte che gli impedisce di camminare.»
«Va bene, vengo subito.»
Accendo il neon in camera. Fuori è buio. I rami lunghi e spogli dell'olmo proprio di fronte alla finestra si piegano allo sferzare del vento. Sono coperti di neve fresca, così come tutte le aiuole del grande giardino del maestoso ed obsoleto ospedale di Macerata.
Sì, obsoleto ora, ma quando è stato edificato, forse nel secolo scorso, doveva essere maestoso e accogliente. Il reparto di pediatria e quello di ostetricia in un unico edificio. Forse costruito a fine Ottocento. Adagiato all'interno delle nobili e monumentali mura di cinta della città. Ed io, da perfetto sconosciuto, vivo il privilegio di svolgere le mie guardie in pediatria, qui in questa antica città.
Indosso il camice sulla tuta verde, recupero i saboo, il fonendoscopio, l'otoscopio, l'oftalmoscopio, la torcia elettrica ed una penna biro di antica memoria e a passo lento attraverso il corridoio. Raggiungo le scale e, gradino dopo gradino nel buio della notte, raggiungo il piano terra. La camera della pediatria è buia, la porta accostata, ma attraverso la porta a vetri chiusa che mi separa dal corridoio che porta alla sala visite, riconosco Maria, la mia infermiera di notte, che raccoglie con il triage i primi e importanti dati anamnestici del bambino. Percorro il corridoio lentamente, chiuso nella mia felpa, che nonostante sia calda poco può verso il freddo gelido che accarezza le grandi vetrate del corridoio. Non lascio trasparire nessuna emozione, anzi forte, sicuro, deciso, sveglio anche se do una sbirciata al mio orologio da polso: le 2 e 40.
Ma anche se ho blindato in un recesso dell'ippocampo il tuo pensiero, tu cara Franca sei in grado di fare capolino quando meno me l'aspetto e rivendichi la tua attenzione. Franca, Franca, cosa hai fatto? Chi è stato? Perché?
«Buon giorno.»
«Dottore buon giorno» mi risponde Maria con la sua divisa bianca e candida ed il suo caschetto di capelli sulla fronte ed il sorriso rassicurante.
«Buon giorno» mi salutano i giovani genitori.
Maria ha già aperto la scheda al computer compilata dal collega del pronto soccorso: dolore al ginocchio destro con impotenza funzionale.
Guardo i genitori mentre Maria si rivolge a me: la madre riferisce che Livio da circa due ore è sveglio perché, in pieno benessere e mentre era a letto e dormiva profondamente, si è svegliato ed ha chiamato i genitori che sono subito accorsi mentre il bambino si lamentava di un forte dolore al ginocchio destro. Nonostante le rassicurazioni della mamma, accortisi che Livio non riusciva a poggiare il piede a terra per il forte dolore, gli hanno dato un cucchiaio di sciroppo antinfiammatorio. Ma visto che il dolore non accennava a passare, hanno deciso di venire qui in ospedale.
«È proprio così» dice Erika la mamma, mentre il padre mi guarda in attesa.
«Livio e allora, come stai?»
«Dottore mi fa male il ginocchio, non riesco neanche a camminare.»
Livio è un bambino di circa otto anni, lucido e presente. Non piange, non si lamenta, ma ha un'espressione sofferente.
«Puoi dirmi cosa hai fatto ieri?»
«Sei stato con i compagni a giocare a pallone? Sei stato su una bici elettrica? Sei caduto? Hai urtato il ginocchio? Ricordi qualcosa di questo genere?»
Livio mi guarda, guarda i genitori e risponde: «No niente di tutto questo. Non sono uscito di casa.»
«Sicuro? Perché tutti i bambini sono eccitati dalla neve e la neve è caduta tanto da ieri mattina, ed ancora adesso continua a nevicare.»
Sento la voce del padre alle mie spalle: «L'assicuro dottore, il bambino è stato in casa. La neve l'ha toccata e ci ha giocato con i compagni di scuola all'uscita ieri intorno alle 13. Io sono andato a prenderlo ieri come tutti i giorni e visto che si stava divertendo con i compagni, ho aspettato che finisse di lanciare palle di neve. Anche qui a Macerata è raro che nevichi e tanto.»
Il padre ha un linguaggio preciso e sicuro.
E mentre annuisco… lui mi dice: «Sono un veterinario.»
«Collega allora se l'anamnesi prossima è negativa, dobbiamo andare a quella remota sua e a quella familiare.»
«È stato sempre bene fino a questo momento. Noi abbiamo un altro figlio di tredici anni a casa. E in famiglia non ci sono malattie… credo che tu stia pensando a quelle autoimmuni?»
«Bravo collega, proprio a quelle e nello specifico alla Artrite Reumatoide Giovanile. Spesso ha un esordio improvviso.»
Vedo la mia solerte infermiera Maria che si attiva con laccio emostatico, ago cannula e provette per fare il prelievo di sangue a Livio mentre chiama la radiologia per un'eco al ginocchio. A questo punto osservo le due ginocchia in comparazione e non mi sembra ci sia differenza. Poi tocco il destro e si risveglia dolore, poi chiedo a Livio di scendere dal lettino, ma da solo non ci riesce. La mamma lo solleva ma appena con il piede a terra si risveglia il dolore tanto che il bambino zoppica vistosamente.
Il padre lo riprende e lo adagia sul lettino.
Maria in collaborazione con l'infermiera del reparto, che nel frattempo ha avvisato, fa il prelievo e poi accompagna il bambino in radiologia e porta le provette al laboratorio analisi. Si avvicina e… «Dottore gli ANA non li fanno in urgenza…»
«Maria sei una infermiera brava, preparata e discreta…»
«Grazie.»
Ed esce dalla camera dopo aver posizionato Livio su di una sedia a rotelle e seguita dai genitori. Anche l'infermiera del reparto si allontana per riprendere la sua posizione, mentre io resto in camera… a pensare…
Il viso di Franca mi riappare all'improvviso. La sua è un'espressione serena… sembra volermi dire: «Lascia stare. Lasciami stare. Ormai non ci sono più. A che serve risvegliare il sonno dei morti?»
Il corridoio sembra non finire mai ed in fondo oltre la porta a vetri il buio è totale, profondo, nero. Cammino lentamente mentre al di là dei vetri continua a cadere la neve. Lungi dal darmi serenità mi dà angoscia e paura. È forse una minaccia di isolamento per la mia cronica incapacità di giudizio?
Anche i miei ormai lontani genitori dormono profondamente tanto che alla mia richiesta di consiglio: «Mamma, papà, cosa devo fare?» non ho nessuna risposta.
Trascorrono i minuti, lunghi minuti di attesa fino a quando sento il vociare di Livio, dei genitori e quello rassicurante di Maria.
Mi porge entrambi i referti, li leggo, entrambi negativi. I genitori già lo sanno.
E Maria, il mio Angelo Custode, mi si avvicina e sussurra: «Livio lo teniamo in osservazione… giusto?»
«Maria sei straordinaria.»
«Grazie dottore, lei vada pure, me la vedo io con la collega del reparto. Lei torni pure in camera… buona notte.»
Una scarica di adrenalina mi attraversa come una scossa elettrica. Saluto Livio, i suoi genitori e a passo lento io riprendo le scale.
Sento la presenza immateriale di Ottavio accanto a me, percepisco la sua preoccupazione, i suoi dubbi fino a quando una volta sotto le coperte, Ottavio mi fa: «Non vorrai dar credito alle parole di mia moglie. È sempre stata una donna semplice ed onesta, un po' ingenua…»
Ingenua. Ingenua.
Chiudo gli occhi. Sono le 4 e continua a nevicare.
  • dottor Antonio Marzano
Il Ponte dell'Almà

Il Ponte dell'Almà

Romanzo a puntate a cura del dott. Antonio Marzano

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