Clint Eastwood
Clint Eastwood
Spettacoli

Clint è sempre Clint

Una riflessione sull'ultimo film del grande attore 88enne

Sono certo che anche per scrivere di determinati argomenti sia necessario averne la competenza, ed io non ce l'ho.

Questo non mi da di certo il permesso di comunicare il mio punto di vista, ma conto sulla benevolenza dei lettori e sull'onestà del mio, del tutto personale sentire. La settimana scorsa, dopo averlo atteso per alcuni mesi, ho visto l'ultimo film di Clint Eastwood "Il Corriere". Ad osservarlo, fin dalle prime riprese, ho provato un senso di disperata tenerezza. Clint è proprio diventato vecchio, e lo si vede dalla sua andatura incerta, con le spalle curve, con quel tratto timoroso dell'eloquio, che sia pure sostenuto dalla tarda età non riesce a nascondere la vulnerabilità del fisico. Ma è sempre lui, o magari è proprio questa la sua grande capacità recitativa. Quella di essere lui, ogni volta che interpreta un personaggio.

È stato sempre lui fin dai film di Sergio Leone, a quelli di Don Sighel di Callaghan, fino a tutte le volte che ha messo in evidenza la sua idea della vita, della giustizia, del dovere, della lealtà e dell'amore di patria. Certo l'imprimatur che Sergio Leone, il suo primo grande maestro, gli ha dato, Clint non solo non lo ha mai dimenticato, ma lo ha fatto suo ed elaborato, spalmandolo nei suoi anni, della giovinezza prima, della maturità dopo e ora in questo film, della vecchiaia.

Non ha derogato tuttavia di una virgola, tanto che, la sua auto accusa finale "colpevole" suona del tutto provocatoria verso la famiglia, tanto che proprio lei, la sua famiglia, che si era espressa in modo così fortemente negativo, è la prima in sede di giudizio, a pentirsene. C'è un elemento che mi ha colpito in modo forte in questa sua interpretazione tra l'altro di una storia vera accaduta negli Stati Uniti e cioè che, come dicevano gli antichi romani, "Pecunia non olet" e che i dollari fatti anche in modo non del tutto corretto, sono in grado di convertire anche i familiari più indispettiti (vedi la figlia) e più rancorosi (come la moglie). E specie quest'ultima che per tutta la vita aveva starnazzato come una cornacchia invelenita contro il marito, e che non aveva mai perso occasione di offenderlo ed umiliarlo anche in pubblico, cambia improvvisamente comportamento e tratto nei suoi riguardi, quando questi improvvisamente e senza soprattutto spiegare da dove e come arrivino questi dollari sonanti e diventa amorevole con lui.

I dollari: il denaro a contatto del quale, lui che pur non avendone mai posseduto tanto, rimane tutto sommato non dico indifferente, ma quasi. Grande lezione di vita. E poi in sede di giudizio non è la corte a condannarlo, ma è lui a dichiararsi colpevole, e a quel punto la famiglia, in veste alla fine sono della figlia e della nipote, si commuovono e lo rincuorano e gli giurano amore e accudimento ma con le tasche piene di dollari.

Avrebbero mai avuto tale comportamento se le tasche le avessero avute solo colme di quel fiore che lui vivaista squattrinato aveva per tutta la vita coltivato? Tutto il resto nel film lascia il tempo che trova: la battuta verso la coppia di colore o quella verso le donne omosessuali.

Il suo testamento spirituale è una vendetta verso cui lui si era sempre battuto, la famiglia, che per una serie di motivi non aveva potuto seguire e accudire come avrebbe voluto e che piuttosto che rispettarlo e sostenerlo, lo aveva sempre offeso.
  • Antonio Marzano
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