Mister Franco Di Reda. <span>Foto Sergio Porcelli</span>
Mister Franco Di Reda. Foto Sergio Porcelli
Attualità

Il mister

Bisceglie, il dottor Marzano ricorda l'amico Franco Di Reda

Foto di Sergio Porcelli

Domenica Giusy mi ha messaggiato: «Dottore, papà è ricoverato in ospedale. È in coma. Ha avuto delle emorragie cerebrali. Si può guarire dalle emorragie cerebrali? Cosa posso fare?».
No, il mister...

La prima volta che mi raggiunse in sala visite l'esplosiva voce di Franco Di Reda fu il 16 aprile 2004.
Il mister non so se già mi conoscesse di vista. Magari conosceva mio padre, che era mancato qualche mese prima: certo è che, tempo 30 secondi e tra di noi scoppiò un'empatia totale. La sua effervescenza verbale e fisica era indomabile. La positività e l'ottimismo verso i fatti della vita erano assoluti.

Il mister non solo non si lamentava mai dico mai, ma pur avendo preso in carico i nipoti, e loro come tutti i bambini s'ammalavano, partiva per il mio studio carico di un'enorme forza morale. Non esisteva nulla che lo potesse fermare o abbattere. E anche quando si sono presentati problemi più seri, lui trasmetteva con le sue parole, con i suoi gesti, con il suo sorriso accattivante, una fiducia, un ottimismo, una positività che avvolgevano il problema e riusciva già a farlo percepire risolto.
Un nonno straordinario, sempre presente alle viste, sempre disponibile, eppure mai dico mai prevaricatore nelle decisioni nei confronti della figlia e del genero. Sapeva sempre quando fermarsi e nel fermarsi anche con il solo sguardo sembrava dire: «Non ti preoccupare Giusy, andrà tutto bene, risolveremo il problema». Senza dimenticare le parole che mi riservava: solo lui, solo il mister era un vulcano in eruzione perenne nel gratificarmi in sala visita ed in sala d'attesa.

Non trascorsero che pochi mesi e la nostra amicizia si rafforzò ancora di più; percepii che non gli sarebbe dispiaciuto un incontro verbale tra di noi più "maschile" e lui lo alimentava con le sue battute ed io con le mie e mentre la figlia era presente e ci dava corda benevolmente io non avrei mai voluto concludere la conversazione. E quando lo incrociavo per strada clacsonava per salutare urlando il mio nome: straordinario! E mi parlava di calcio, dei ragazzi, del suo costante impegno, del piacere di seguire i ragazzi nella sua grande passione.

Uomini come lui non dovrebbero mai lasciarci perché sono rari nella loro straordinaria vitalità.
Mister, mi manchi già e mi mancherai: sei stato un vero "masto".
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