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Oasi educanti: da Villa Giulia al deserto del reale

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di don Matteo Losapio

So bene che molti sorrideranno nel leggere che un prete e, per giunta, studioso di filosofia possa dire qualcosa in merito alle vicende sociali ed educative di una città. Di solito si lasciano i commenti e le analisi ad altri saperi, dagli psicologi ai giornalisti, dagli antropologi ai politici quando va bene, oppure, quando va male, si lascia che le notizie passino nel tritacarne degli opinionisti e degli haters, fino a quando non viene fagocitata e, come per ogni digestione, eliminata. Ma proviamo, nonostante il duplice stereotipo di prete e di filosofo, ad andare oltre, a guardare ciò che avviene in città con una prospettiva un po' più ampia, in un orizzonte critico di pensiero.

Ieri, 30 novembre, era stata organizzato un dialogo fra adolescenti e mondo degli adulti dal titolo Diritti alla ribalta presso le Suore Francescane Alcantarine di Villa Giulia, in Bisceglie. L'evento è stato promosso in occasione della Giornata dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza e, da anni, la comunità delle Alcantarine si occupa, in un quotidiano silenzio, non solo degli adolescenti e dei bambini che vivono situazioni di particolare disagio, ma anche delle loro famiglie e dei bisogni che costellano i loro vissuti. A poche ore dall'incontro, l'evento è stato annullato in quanto quindici bambini su trenta sono costretti a rimanere a casa, in quanto non sono stati stanziati i fondi necessari alle spese per il vitto e gli operatori che lavorano nel Centro di Villa Giulia. In un primo momento l'amarezza ha colto tutti noi e la comunità delle Alcantarine, dopo anni di rinnovi e pratiche burocratiche, di ritardi e di fondi mancanti, ha deciso di lanciare un messaggio: amaro, tagliente ma soprattutto consapevole. Il fulcro del messaggio, infatti, non è una solita lamentela contro l'Amministrazione Comunale, sempre facile bersaglio di tutte le lamentele, ma l'espressione di un fallimento come comunità educante, come città. In gioco, allora, non c'è solo il ritardo dei fondi (il che ha innescato la miccia) ma una situazione che riguarda tutta la città, in quanto comunità educante. L'amarezza è data da questa sottolineatura che fa fremere la coscienza di ciascuno e ciascuna di noi. Così se la rabbia e lo sdegno montano, in un primo momento, la protesta, una riflessione un po' più approfondita ci permette di dire che la situazione non ci stupisce più di tanto.

Come possiamo provare (solo) rabbia e sdegno per quindici bambini che restano a casa, quando la situazione educativa è strutturalmente fonte di tagli? Come possiamo pensare ancora a percorsi educativi o a tentativi di formazione in un sistema di meriti e di scarti? Come possiamo ancora credere alla formazione in un sistema capitalista in cui il sistema sociale, viene pian piano smantellato? Come pensare di avere la coscienza a posto in un regime ideologico per cui i poveri rimangono poveri, diventano sempre più poveri e sono anche colpevoli di essere poveri? Come possiamo immaginare un mondo migliore quando la formazione è diventata solo una pura autoreferenzialità, una sorta di esperienza sensoriale dove ciò che mi rimane è una bella emozione staccata dalle difficoltà sociali e politiche che ci troviamo ad affrontare? Le domande potrebbero continuare in quanto sintomo di una domanda di formazione e sulla formazione, sintomo di un problema educativo e sociale.

In Matrix, quando il protagonista Neo viene risvegliato dal suo candido mondo dove ogni cosa sembra semplicemente ripetersi identica a se stessa, Morpheus gli mostra il mondo reale. Un mondo fatto di rovine, un mondo dominato dalle macchine in cui gli esseri umani sono costretti a sopravvivere nascondendosi e lottando. Dinanzi allo spettacolo terrificante che viene presentato a Neo, Morpheus esclama: "Benvenuto nel deserto del reale!". Questa espressione è diventata il titolo di uno dei maggiori libri del filosofo Slavoij Žižek, Benvenuti nel deserto del reale. Il filosofo sloveno si rifà al crollo delle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 come ingresso ufficiale nel XXI secolo, in cui il tratto dominante è il nemico islamico. Tuttavia, secondo Žižek, il deserto del reale è costituito dalla nostra necessità di non guardare alla realtà che siamo in quanto troppo misera e meschina, in quanto rischiamo di non trovarci assolutamente nulla di interessante, nulla di spessore, nulla per cui ci sembra si possa vivere e spendere la vita. Il reale, allora, ha bisogno di proiettarsi in un immaginario e l'immaginario di entrare nel reale, di colorare di illusioni una realtà deserta e desertificata. Un immaginario che ci permette di rifugiarci negli aspetti più candidi e confortevoli della vita, anche quando ci diciamo che non tutto si può risolvere, che ci sono momenti difficili. Anche la formazione, oltre le questioni riguardanti Villa Giulia, rischia di diventare una pia illusione che ci permetta di uscire dal deserto del reale, da una parte pensando di essere bravi a fare formazione e dall'altra pensando di aver lasciato ad altre persone qualcosa per cui valga la pena vivere. Una specie di illusione che ci autoproduciamo per dire che, tutto sommato, qualcosa valiamo, che siamo in grado di offrire una qualche sorta di rassicurazione e di stabilità alle nostre vite. Siamo bravi e abili, insomma, perché facciamo emozionare oppure perché riempiamo i salotti colti della città, in entrambi i casi, ci confortiamo ancora in una Matrix dabbene e borghese, che ci possa tranquillizzare dinanzi al deserto del reale.

Ecco, allora, che il comunicato delle Suore Alcantarine di Villa Giulia non riguarda solo una mancanza di fondi ma è una inquietante affermazione: "Benvenuti nel deserto del reale!". Benvenuti, insomma, in una rovina sociale in cui è assente non il Comune, l'Assessore, la Regione e via così, ma una comunità educante, una città fatta di persone in grado di mettere al centro i bisogni sociali e politici, di pensare, di dialogare, di lavorare insieme. È in questo deserto del reale che ci aggiriamo come sciacalli in cerca di qualcosa da depredare, di carcasse formative estemporanee che regalino effusioni di tenerezza o di dotta autoreferenzialità a cui aggrapparci per sopravvivere. In un frammento incompiuto di Nietzsche leggiamo: "Il deserto cresce: guai a chi divenne deserto! Il deserto è fame che raschia e seppellisce cadaveri. Sia che una sorgente o i nomadi qui si facciano il nido. I denti di drago del deserto masticano, masticano. Perché la sabbia è divorante tormento di dente e dente. Con la mascella porta qui pietra su pietra, rode eternamente. Ganascia mai stanca. Una fame insaziabile macina qui dente a dente. I denti del drago del deserto. Sabbia è morso, è semina di denti di drago che stritola e stritola e non si stanca mai. Sabbia è la madre che mastica il figlio. Con rapido pugnale (io scrissi) nella sua pelle".

Benvenuti nel deserto del reale, allora, in cui la sola cosa che possiamo fare è resistere, coltivando oasi di pensiero, di studio, di analisi della realtà, di scrittura e di dialogo, di reti e collaborazioni, di pluralità e progettazione partendo dai più poveri della nostra città. Benvenuti nel deserto del reale in cui al coltivare deserti possiamo contrappore oasi di comunità educanti, critiche, libere e controcorrente.
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