La polemica nel cervello dell'hater
La polemica nel cervello dell'hater
Il caffè del filosofo

L'hater come antifilosofia

Riflessione su un nuovo modello sociologico e antropologico

Chi, come me, pensava che dopo la pandemia e l'uscita dalla quarantena avrebbe trovato un mondo migliore, si sbagliava grandemente. È bastato il ritorno, a pochi giorni dalla fine del lockdown, di una ragazza, cittadina italiana, rapita in Kenya e liberata dal suo stesso Stato, a scatenare nuovamente una delle più grandi campagne di odio a cui stiamo assistendo.

La storia di Silvia Romano è nota a tutti e, in sintesi, si snoda fra le due grandi campagne di odio che l'hanno vista protagonista. La prima scatenata subito dopo il suo rapimento e la seconda al suo arrivo in Italia. Tuttavia questo articolo, non ha come obiettivo quello di soffermarsi su Silvia Romano ma di un nuovo modello sociologico e antropologico che è l'hater. Questo termine racchiude tutte quelle persone, di diverse età e afferenze, che commentano sui social, con un preciso e ripetitivo stile.

I principali cardini di scrittura di un hater sono: commenti brevi, slogan, stereotipi, parolacce, insulti, tolleranza zero nei confronti di un contraddittorio, poca informazione su ciò di cui sta parlando. In una sola parola, dunque, potremmo sostenere che l'hater è colui a cui manca la riflessione. Ecco, allora, il luogo cardine della filosofia, la quale consiste in ogni epoca e ad ogni latitudine, nell'allenamento del pensiero e nella fatica dell'argomentazione, polmoni di ogni riflessione.

Se ripercorriamo la storia della filosofia, non ci metteremmo molto a riconoscere questi elementi caratteristici nella pratica del pensiero. Socrate era famoso per le sue stringenti domande ai suoi concittadini. Platone è celebre per i suoi dialoghi dove ogni volta si presenta una prospettiva differente. Aristotele ci ha trasmesso i fondamenti del pensiero stesso, dal sillogismo ai principi di identità e di non contraddizione. Agostino ha fatto delle sue Confessioni un modo per riflettere su se stesso e incontrare Dio. Tommaso d'Aquino, nella Summa Theologiae, analizza tutti i vari pensieri a lui contemporanei prima di rispondere con il suo.
Cartesio trasforma il pensare su di sé nelle Meditazioni metafisiche, trovando un metodo del pensiero e dell'interpretazione della realtà che aprirà la strada alla modernità. E, ancora, Kant impiega undici anni per scrivere La critica della ragion pura solo per formulare i limiti di una conoscenza esatta. Hegel cerca di ritrovare in ogni epoca e in ogni sforzo del pensiero un momento della Fenomenologia dello Spirito. Marx, poi, guardando a come gli operai venivano condannati per aver preso un pezzo di legno da terra in un terreno privato, formula i sei libri de Il capitale.

Fino ai giorni nostri, fino a filosofi come Sartre, Hannah Arendt, Weil, Foucault, Butler che sto leggendo in questo periodo. Tutta la storia della filosofia è la storia della riflessione fatta di pensiero e argomentazione. E ciò che manca all'hater è proprio l'essenza stessa della filosofia, è mancanza di pensiero e argomentazione. Perché per pensare non occorre avere tutti i dati e i fatti sotto mano, ma cercare di collegare i dati e i fatti secondo una propria visione del mondo, tessendo con pazienza ciò che si vuole esprimere. Chi non fa questo, semplicemente, non pensa. Può anche parlare, ma non pensare. Ma se il pensare è simile al lavoro della tessitrice, l'argomentare è più simile al lavoro del muratore, che ha bene in mente il progetto da realizzare, ma ha bisogno di costruire, mattone dopo mattone. Argomentare è il costruire del muratore, sapendo che basta una sola pietra o un solo mattone posto male per rendere instabile tutto l'edificio del pensiero. La categoria dell'hater, allora, è l'antifilosofia per eccellenza, a cui basta solo un po' di riflessione per cadere. Ed ecco che ora ci apprestiamo ad un esempio concreto.

Qualche giorno fa mi è giunto un video di una signora sconosciuta ma che si evince essere chirurga. Il video inizia con la sua esperienza in Etiopia nel 1986, spiegando le motivazioni del viaggio con la sua qualifica di chirurga, che in quel momento mancavano in quel Paese. In seguito la signora afferma che in Africa mancano i tecnici, ma sanno fare ben altri lavori che l'europeo non sa fare perché conoscono meglio il posto. Procedendo, la signora afferma che il soccorritore è un tecnico, in grado di fare delle cose. Ora, se non si sanno fare queste cose, i volontari che vanno nel Terzo Mondo sono "sciacquine". Questa categoria racchiude persone che non hanno competenza, che "credono che il mondo sia il loro posto Erasmus", che si fanno i selfie con il bimbo africano.

Qui già si intuisce di chi stia parlando questa sconosciuta signora, il che è una delle prime caratteristiche che abbiamo elencato di un hater, ovvero l'insulto. Continua poi citando gli anni '80 e una legge che riguarda l'Anonima Sequestri in cui si direbbe che non si possono pagare i riscatti per chi viene sequestrato. Il video continua parlando di un fiume di denaro tolto allo Stato, che significa bambini che non verranno curati, persone che moriranno di ustioni, riscatti di bambini africani dalle miniere del Burkina Faso, pagare corsi di infermiere. In seguito, si parla di finanziamento del terrorismo, di cristiani che vengono fatti saltare in aria, di persone che rischiano per salvare il mondo. Infine, il video si conclude, con lo slogan: "Sciacquine statevene a casa", perché non sanno fare determinate cose.

Non vorrei tanto soffermarmi sul fatto che l'Etiopia non è il Kenya, che il 1986 non è il 2020, che quando si parla di Africa si parla di un territorio immenso, fatto di diversità di popoli e di etnie che non conosciamo, come non si citi la legge dell'Anonima Sequestri che riguarda gli anni Ottanta. Se volessimo affrontare questo video da classica hater in maniera filosofica, allora, vedremmo innanzitutto come non ci sia nessun tipo di pensiero, in quanto le condizioni vengono già poste in partenza e non discusse, non messe fra parentesi, non verificate.
Non c'è nessuna domanda, nessuna curiosità, nessun perché, ma solo risposte secche e decise. Questo indica come anche l'argomentazione sia estremamente deficitaria, in quanto lo slogan non lascia spazio alla difficoltà di spiegare, di citare altri pensieri.

L'hater, quindi, è l'antifilosofia, il continuo scostamento dalle difficoltà della comunicazione, il non voler affrontare la pesantezza del pensare, la pazienza di spiegare, di condividere, di ripensare e correggere. La filosofia ha bisogno di umiltà, cosa che un hater non ha perché è mediocre, perché basta vedere i profili social di un hater per rendersi conto del loro amore per gli animali, per le frasi fatte, per i selfie in solitaria. Allora per arginare l'antifilosofia dell'hater ci occorre assumere una postura filosofica, una riflessione che respiri di pensiero e argomentazione. Per rimanere umani.
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