Gian Maria Volonté protagonista del film Sbatti il mostro in prima pagina
Gian Maria Volonté protagonista del film Sbatti il mostro in prima pagina
Il caffè del filosofo

Sbatti il mostro in prima pagina

Vivere è militare, un compito che tutti possiamo e dobbiamo assumerci

Gli italiani che non hanno rinunciato all'appellativo di uomini si uniscano al di sopra delle fazioni, al di sopra dei partiti, al di sopra delle divisioni interessate e volute, al di sopra dell'ormai superato, in disuso e troppo a lungo sfruttato fascismo e antifascismo, si uniscano per dire sì alla libertà dell'ordine. Questa dimostrazione, questa manifestazione vuole dimostrare che è possibile battere il comunismo, che è possibile battere i nemici dell'Italia, e insieme lo faremo. Viva l'Italia!

Così comincia una delle pietre miliari del cinema italiano degli anni Settanta.
Sbatti il mostro in prima pagina è la perfetta rappresentazione dell'importanza della semantica applicata ai discorsi di potere che orientano l'opinione pubblica. Film del 1972, diretto magistralmente da un giovanissimo Marco Bellocchio (all'epoca aveva poco più di trent'anni), trova nella performance di Gian Maria Volontè la sua realizzazione ideale.
Brevemente, il film gira attorno alle indagini che un gruppo di giornalisti di destra (che fanno capo a Il Giornale, che in realtà sarà fondato solo nel 1974) conduce sulla morte di una studentessa, la classica "figlia di". Il direttore del giornale, Giancarlo Bizanti, uomo acuto e senza scrupoli, farà di tutto per incolpare dell'omicidio un amico della sfortunata ragazza, Mario, giovane comunista militante. La vicenda ha un contesto storico ben preciso: quello degli anni di piombo, delle lotte e delle proteste di studenti, operai e lavoratori contro il sistema monopolizzato dalla destra moderata (proprio quell'anno saliva al potere Andreotti).

Quello riportato sopra è l'incipit del film, nonché una parte del discorso che Ignazio La Russa tenne ad una manifestazione della Maggioranza Silenziosa, movimento nato nel 1971 ad opera di alcuni politici di destra con l'intento di liberarsi dalla "paura rossa" causata dal recente Sessantotto italiano. Le parole di La Russa sono iconiche: i veri uomini devono unirsi in nome della libertà dell'ordine per abbattere il nemico dell'Italia, il comunismo. Proprio come Bizanti nel film, La Russa pesa ogni parola per far passare un messaggio preciso e misurato: noi, persone per bene, dobbiamo combattere contro la sinistra extraparlamentare, gli eretici, i radicali, per il bene della patria Italia. Parola d'ordine: ordine! Quell'ordine che poi sarà effettivamente riportato in una delle guerre civili più travagliate e contestate della storia italiana, in cui il braccio armato del potere statale ha letteralmente messo a tacere ogni forma di dissenso manifestato. Le occupazioni delle università, le occupazioni delle fabbriche, i canti popolari nelle piazze, il movimento studentesco unito a quello operaio: queste esperienze di presa di coscienza collettiva furono tradite non solo dallo Stato ma anche da coloro che nelle istituzioni avrebbero dovuto rappresentarle (esempio lampante sono quelli che vengono ricordati come i fatti di piazza Statuto, Torino 1962).

Bizanti: Chi è il nostro lettore? È un uomo tranquillo, onesto, amante dell'ordine, che lavora, produce, crea reddito. Ma è anche un uomo stanco, Roveda, scoglionato. I suoi figli, invece di andare a scuola, fanno la guerriglia per le strade di Milano. I suoi operai sono sempre più prepotenti, il Governo non c'è, il Paese è nel caos. Apre Il Giornale per trovare una parola serena, equilibrata, e che cosa ci trova? Il tuo pezzo, Roveda. Ho copiato parola per parola il tuo occhiello e il tuo titolo: "Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli". (...) Mi pare evidente che la parola "disperato" è gonfia di valori polemici. Se poi me lo unisci alla parola "disoccupato", "disperato disoccupato", beh, allora ci troviamo di fronte a una vera e propria provocazione. Compiuta la quale, tu prendi questo pover'uomo di lettore e gli sbatti in faccia cinque orfani e un cadavere carbonizzato. No, dico, cosa vogliamo farne di questo pover'uomo di lettore, un nevrotico? Gli ha forse dato fuoco lui? Vogliamo vedere di rifare insieme questo titolo? Può capitare a tutti di sbagliare, no? Scrivi: "Drammatico suicidio". "Drammatico suicidio", due parole. "Di..." Cos'è, un calabrese, il poveretto? Ecco, "...di un immigrato". "Immigrato", una parola sola, che contiene implicitamente il "disoccupato" e il "padre di cinque figli", ma dà anche un'informazione in più. (...) Comunque, il pezzo è eccellente. Sì, magari c'è qualche parolina in più, qualche aggettivo da limare, per esempio quel "licenziato".
Roveda: "Rimasto senza lavoro"...?
Bizanti:"Rimasto senza lavoro", bravo.

Bizanti è perfettamente consapevole dell'operazione di "falsificazione" intellettuale che sta compiendo sulla notizia. Il giornalista è un costruttore di realtà, in questo senso. Ma del potere che hanno certe combinazioni di parole nell'ambito politico abbiamo già parlato in precedenti articoli: il ruolo dell'opinione pubblica nelle decisioni del governo è fondamentale sin dai primi dell'Ottocento, e sin d'allora quindi gli uomini di potere hanno studiato modi per orientarla a proprio vantaggio (a tal proposito non sarà necessario ricordare la straordinaria propaganda interventista dei fascismi prima della seconda guerra mondiale).

Ci si propone quindi adesso di riflettere sulla soluzione, o meglio sul comportamento critico da assumere in queste circostanze, soprattutto da parte di coloro che sono in grado sia di costruire che di smascherare questo tipo di artifici. In altri termini: qual è il ruolo dell'intellettuale davanti al potere? Questo si chiede Michel Foucault in una conversazione con il suo interprete ormai più famoso, Gilles Deleuze, datata 1972. Proviamo quindi a pensare con Foucault questo monumentale interrogativo.

Quel che gli intellettuali hanno scoperto a partire dalle esperienze politiche degli ultimi anni è che le masse non hanno bisogno di loro per sapere; sanno perfettamente, chiaramente, molto meglio di loro, e lo dicono bene. Ma esiste un sistema di potere che blocca, vieta, invalida questo discorso e questo sapere. (...) Il ruolo dell'intellettuale non è più di porsi «un po' avanti o un po' a lato» per dire la verità muta di tutti; è piuttosto di lottare contro le forme di potere là dove ne è ad esempio un tempo l'oggetto e lo strumento: nell'ordine del «sapere», della «verità», della «coscienza», del «discorso» (...) a fianco e con tutti quelli che lottano per questo e non in disparte per illuminarli. (1)

L'intellettuale ha un compito che si auto-pone essendo "immanente" al corpo sociale. Questo compito gli viene dall'esperienza reale, diretta e partecipata del potere che egemonizza la pratica culturale per naturalizzare il proprio dominio. Smascherare (e quindi smascherarsi) il retroterra specifico dei discorsi alla Sbatti il mostro in prima pagina è un compito rivoluzionario, che interseca il piano filosofico e quello politico e anzi li riunifica. La pratica non è un'applicazione della teoria, e inversamente dalla pratica non scaturisce alcuna teoria. In questo senso la teoria è di per sé pratica.
In questo senso possiamo dire che l'intellettuale deve essere militante: deve cioè partecipare alla lotta politica con le armi che egli ha a disposizione (che esse siano carta e penna o comizi, discussioni…).

Lo stesso Foucault con la sua vita ha dimostrato questo connubio inscindibile: il lavoro con il Gip, il Groupe d'information sur les prisons (2) - Gruppo di informazione sulle prigioni -, fondato nel 1970 con il compagno Daniel Defert e altri intellettuali (tra cui anche dei cattolici) che aveva lo scopo di suscitare intolleranza nell'opinione pubblica rispetto alle condizioni delle prigioni francesi, non tramite inchieste e saggi di questi intellettuali sulla prigione, bensì facendo parlare direttamente i detenuti stessi, consapevoli della loro condizione e soprattutto delle loro rivendicazioni. Questo suo lavoro militante confluirà poi in quello che è il grande capolavoro di Michel Foucault: Surveiller et punir – Naissance de la prison (Sorvegliare e punire – nascita della prigione, 1975).

Ma ancora più a fondo: vivere è militare. Vivere senza parteggiare, in una quotidiana abulia, in un parassitismo generale. Dire "non mi riguarda", "non è un mio problema" significa essere parte del problema: gli intellettuali militano a fianco di un popolo – di quale popolo? Una massa di persone che deve prendere coscienza, e in questo atto già rivoluzionario ammettere una filosofia della prassi, una teoria che sia "funzionale" alle rivendicazioni. È necessario rispondere invertendo e anzi rovesciando quel mostro della narrazione istituzionale per riappropriarci della storia e del suo racconto e finalmente dire la verità sul potere e non del potere. Questo è un compito che tutti possiamo – e dobbiamo – assumerci, per costruire e abitare il futuro.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti. (3)



(1) Michel Foucault, Gl'intellettuali e il potere – Conversazione tra Michel Foucault e Gilles Deleuze, in Microfisica del potere, Einaudi, 1977.
(2) A questo proposito consiglio il libro di Salvo Vaccaro, Biopolitica e disciplina – Michel Foucault e l'esperienza del GIP, uscito per Mimesis nel 2005, ottimo saggio sulla storia del gruppo e sul significato di questa esperienza nella produzione teorica foucaultiana.
(3) Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti, in La città futura, 1917


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