Cavallino. <span>Foto Liliana Salerno</span>
Cavallino. Foto Liliana Salerno
Le parole di Sherazade

Il falcone del re - prima parte

Rubrica a cura di Liliana Salerno

La favola, ultima de "Le parole di Sherazade", terrà compagnia per due settimane tutti i lettori di BisceglieViva. Con "Il falcone del re" la rubrica entra davvero nel vivo: una storia affascinante, tutta da scoprire...
Protagonisti un re, che cavalcava il suo cavallo bianco, e il suo compagno di caccia un falco, che aveva avuto in dono la facoltà della parola.
Personaggi molto diversi dalle favole tradizionali e Liliana Salerno, in questo, non si è risparmiata a far notare le differenze e le particolarità.
a cura di Luca Ferrante

Introduzione

Se per davvero "c'era una volta", c'era una volta un "Re" con un "cavallo bianco", "miei piccoli lettori" avrebbe detto colui[1] che rivoluzionò l'incipit del "c'era una volta", ma noi che siamo scaltri lettori di storie avvincenti, cosa vorremmo per davvero che ci fosse?
Forse l'orsetto che ci ha fatto compagnia da bambini, o la sveglia grande, con le lancette fosforescenti, della nonna, quella che ci trovava svegli, nella notte, affascinati a guardarla. O forse soltanto una nuvola bianca che, sola e lontana, passeggia nel cielo di marzo, gonfia di sé e felice del vento.
Se ognuno di questi oggetti avesse una storia, solo perché essi sono nostri, fanno parte del nostro patrimonio, anche la loro storia sarebbe nostra, come sono nostre quelle che abbiamo ascoltato.
Ed è per questo che vogliamo anche noi la nostra principessa, principessa-bambina, quella che ancora non sottolinea col lip-gloss la curva delle labbra, quella che non ha meches dorate, ma capelli veri, turchini, come le fate che si sa, sono un po' donne, un po' magiche.
E se abbiamo un "Re", un "cavallo bianco", un "orsetto", una "sveglia", una "nuvola bianca", una "principessa vera" e una "fata" dobbiamo per forza ascoltare la Nostra storia.

Primo capitolo

"C'era una volta un Re, che cavalcava il suo cavallo bianco"; portava al polso un falco-pellegrino, bendato.
Compagno di caccia da molti anni, questo falco, più anziano del Re, aveva avuto in dono, per un servigio resole, dalla fatina del ruscello, Magda, la facoltà della parola, e la adoperava, con grande discrezione, solo con chi ne fosse meritevole.
A galoppo taceva, ma quando Sua Maestà si lasciava andare in andatura consona ai pensieri, spesso lo consigliava.
Quel giorno il falco era innervosito; e non tardò a esternarlo al suo Signore.
«Sire, siamo ben oltre le terre controllate dalle Vostre guarnigioni; abbiamo attraversato due torrenti in piena… il leprotto che state inseguendo non si è lanciato in uno spazio aperto neanche un istante. È piccolo di taglia, ma non di pensiero.
Vi state spingendo troppo oltre nel vostro gioco. E davanti, anche col becco bendato, dall'odore, sento che è tutta foresta».
«Taci, bestia del malaugurio! Cosa farà la foresta? E perché dovrebbe vincermi un leprotto?»
«Perdonate, Sire, la mia natura di bestia, ma sappiate per certo, che la vostra vista di uomo non conosce altro orizzonte che quello che gli si para dinnanzi; se poteste sollevarvi in volo sapreste come ogni mondo ha i suoi spazi e le sue insidie, e come tutto diventi più rarefatto ed insignificante visto dalla giusta dimensione. Quel leprotto, più di Voi, conosce la dimensione del suo microcosmo.
Sire, comprendetemi, tornate ai vostri spazi!»
«Non senza la mia vittoria!» esclamò il Re, e si avviò spavaldo nel fitto della foresta.
Voleva galoppare, ma il sottobosco lo costringeva al passo.
Di tanto in tanto, da un fitto più denso, emergeva la testolina del leprotto, quasi a sfida, poi scompariva nel folto, come un invito…
Che infuriava il Re.
Il falcone allora avvertiva lo strattone di rabbia della catenella che lo legava al suo insensato padrone.
Ben presto la foresta divenne più buia del buio, e il falcone, nonostante l'umiliante cappuccio costrittivo, avvertì sul becco il sentore umido della notte e comprese di essere lontano da casa ed in un luogo insidioso, ma, certo dell'ira del suo Signore, tacque.
Per un pezzo girovagarono per la notte.
Poi, anche il Re dovette riconoscere la sua stanchezza.
Intravide una radura accogliente, vi si inoltrò, scese da cavallo, assicurò a un ramo basso, per diffidenza, la catena del falcone e incominciò a raccogliere rami per scaldarsi con un bel fuoco.
Poiché si era a primavera non c'erano arbusti a sufficienza e, prima che il falco potesse suggerirgli di rispettare la sacralità del luogo, il Re aveva impugnato l'accetta e incominciato, senza ritegno, a mozzare i rami bassi degli alberi che gli si paravano di fronte.
Il gemito d'orrore e di sgomento dell'intera foresta atterrì il falco, ma, Sua Maestà ormai si scaldava, irato, stanco e senza cena, accanto al fuoco.
Poi vi si addormentò, come del sonno del giusto.
Il falcone, invece, preferì non dormire.
Il cappuccio gli impediva di guardare, ma il sesto senso lo teneva all'erta, e gli pareva di avvertire altri sguardi rincorrersi tra gli alberi.
Non si sbagliava.
E se avesse potuto comprendere i linguaggi delle creature della notte, estranee al suo macrocosmo arioso, avrebbe capito che qualcosa di grave sarebbe accaduto senz'altro all'indomani, perché la Legge della foresta era stata violata.
Ma il suo padrone dormiva.
Quando il suo corpo intorpidito incominciò a perdere la rigidezza del sonno, il fuoco che aveva preparato testimoniava con evidenza la sua colpa, ed il sole, infiltrando i suoi raggi, regalava verdi bagliori al mondo che lo attendeva.
Una enorme zampa di lepre, però, gli sovrastava il torace, in segno di vittoria.
«Hi, Hi, Hi» - ridacchiò il leprotto inseguito, fatto enorme dalla famigliarità con il suo mondo, e poi – «Benvenuto a casa mia, Uomo! Che volevi?»
Il Re cercò di sollevarsi, credendo di sognare; il falcone, invece, tremò, come non aveva fatto per tutta la notte!
Entrambi avvertivano il fascino, terribile, della piccola creatura, che avevano inseguito per un giorno intero, e che era divenuta insidiosa e gigantesca, in una sola notte, malgrado loro.
Il Re tentò di sollevarsi a sedere, ma il gigantesco puka lo tratteneva, con la disinvoltura di una zampa sola e gli ripeteva ridacchiando: «Allora, Uomo, perché hai dimorato impunemente a mie spese, bivaccando senza permesso nel mio regno, mozzando braccia selvaggiamente e senza ritegno? Cercavi me?… Chiedevi di me?… e perché?… Chi sei, per farlo?»
Il Re si fece piccolo piccolo dalla paura, poi guardò il falcone in cerca di consiglio, ma questi, prudentemente, taceva, per cui dovette rispondere.
Cercò un tono stentoreo, da sovrano, quello con cui parlava alle truppe, ma la voce che venne fuori suonava di ridicolo falsetto: «Sono il Sovrano di Vallelanza, padrone e Signore delle Roccaforti di Piombi, di Oltralpe e di Belsito».
Il puka lo guardò beffardo, poi con un sorrisetto ironico e tra i dentoni da lepre, cominciò a menzionare: «Ben lo sappiamo, il vento ce lo disse/ che rapisce degli uomini i pensier/ come dentro al tuo petto eterne risse ardon che tu né sai, né puoi lenir/ Ben lo sappiamo, un pover'uom tu se….».[2]
Sua maestà strabuzzò gli occhi: era un uomo d'armi, non di lettere, e la tenzone lo coglieva singolarmente impreparato.
Il falco, del resto, taceva. Lui, che lo aveva tormentato, in ogni passeggiata della sua vita, con i discorsi astrusi degli intellettuali, lui che gli aveva sempre "dato in testa" con i "diceva Tizio" e "scriveva Caio", ora, di fronte a questa mostruosa lepre "cresciutella", taceva.
Il Re non sapeva prendersela con se stesso.
E nel tentare di migliorare la propria situazione la peggiorò, afferrando la zampa gigantesca per sollevarla, con la sola forza della sua persona.
Per lo sforzo divenne paonazzo, e quando dovette desistere spompato, le creature della foresta, accorse per il singolare avvenimento, ridevano di cuore e senza ritegno.
Il puka allora incalzò: «Sicché questo omuncolo in armatura di latta, questo pappamolla che non riesce a sollevare una zampa di lepre sarebbe il Sovrano di Vallelanza, padrone e Signore delle Roccaforti di Piombi, d'Oltralpe e di Belsito!»
Per la prima volta sconfitto, il nostro prode guerriero arrossì.
La lepre proseguì: «Allora, Sire, mostraci il tuo nobile intento! Volevi liberare una principessa prigioniera del castello di un drago?»
Sua Maestà sentì cedere la zampa che lo sovrastava e cercò di rialzarsi, poi dovette ammettere con imbarazzo: «Veramente no».
«Allora» aggiunse il puka «correvi in soccorso di una abbazia assaltata!»
Sua Maestà riprese coraggio: «Avrei avuto con me le mie truppe».
«Allora perché ti sei spinto nel fitto della foresta dove il sole, il vento e perfino l'acqua è più vergine?»
Il Re avrebbe dovuto inventare una scusa, ed il falcone fu lì lì per dirgliela, ma era troppo frastornato dall'interrogatorio per pensare, così disse il vero: «per cacciare!»
Le creature della foresta aggrottarono d'un tratto le sopracciglia, poi, costernate, cominciarono a parlottare a voce sempre più alta e minacciosa.
Per sedarle intervenne il puka: «Se avevi fame, non potevi cogliere la frutta dagli alberi?»
Sua Maestà si rese conto di essere entrato in una trappola; guardò disperato il falcone, ma costui aveva un passato da predatore, e fece bene a non intervenire.
Il Re ammise: «Non avevo fame» - poi aggiunse - «lo facevo per gioco, per misurare le mie capacità e la mia abilità».
Il puka ribatté irato: «Ed è per questo che ti vuole Re il tuo popolo, per misurare le tue capacità e la tua abilità soffocando nel sangue il respiro di povere bestiole che non hanno colpa alcuna nei tuoi confronti e nei confronti della vita?»
«Questo non è essere Re» sentenziò.
Poi sollevò del tutto l'enorme zampa dal torace dello sconfitto per ordinargli: «Alzati!» Si rivolse alla folla: «Guardatelo, come scintilla, nella sua armatura!»
La folla applaudì sarcastica.
«Prendi la spada e lo scudo, facci vedere come sai duellare e combattere…».
Sua Maestà pensò fosse giunto il momento buono per approfittare dell'occasione.
Voltò la testa per vedere come potesse impossessarsi del falcone, ma questi, intuita la pazzia del padrone, scuoteva fortemente il capo, sotto il cappuccio, in segno di diniego, sicché il Re desistette.
Quando si fu armato di tutto punto, il puka infierì: «Quanto acciaio per una lepre sola!» e ancora «se sono questi i segni del tuo potere, sono segni di un potere che non sai gestire! Dov'è la tua saggezza?»
Il Re, ormai di tutto punto vestito, si sentì un fantoccio, ma provò ad obiettare: «Sono un sovrano di grande valore, ho vinto molte battaglie, io».
Il puka per la prima volta gli sorrise e disse: «Ciò non toglie che ti sei fatto vincere da una lepre! Questo vuol dire che non sei al traguardo del tuo cammino, ma al principio.
Ti ci vuole una punizione esemplare, e poiché hai detto che cacciavi per misurare la tua abilità e le tue capacità, io ti darò occasione di dimostrare per davvero quello che vali, ma per quello che sei, non per quello che hai; per cui, con tutta la latta e il ferrame che porti addosso, abbandona i tuoi titoli, perché non sai ciò che ti aspetta!»
Il Re, titubante, ma incapace di fare altrimenti, si sfilò pian piano la corazza, la cotta di maglia ed i gambali per accatastarli ai piedi di una quercia, con la spada e lo scudo.
Allora il puka gli ordinò di spogliare anche il cavallo, tranne che della sella ed i finimenti; così anche l'ascia e la lancia finirono nel cumulo.
Il puka batté con la zampa per terra, come se volesse ballare il tip tap, e, per incanto, l'ammasso di ferrame prese a scorrere, più che a scintillare, nelle forme di un lago.
«Oh!» dissero in coro le creature della foresta.
Il Re le guardava e guardava il lago sbalordito.
Il falco non capiva e taceva.
Se non avesse avuto il cappuccio, avrebbe intravisto, nell'azzurro delle acque, un diverso turchino a lui noto, come un'onda, o una scia di capelli: forse la fatina Magda!
Il Re, che non la conosceva, non la intravide.
«Allora», chiese in tono troppo confidenziale e stranamente spavaldo al puka: «posso partire per questo non so cosa?»
«Sei evidentemente ansioso» gli rispose la lepre, «ma questa tua velocità d'intenti non ti porterà lontano. Ti imporrò, pertanto, la velocità del tuo cavallo». Così detto sfiorò la zampa posteriore destra dell'animale, che nitrì a lungo, di visibile dolore. La sua zampa infatti si era leggermente contratta, per cui, di poco, la bestia zoppicava.
Allora il Re, sempre più ansioso di allontanarsi, senza per questo subire altri danni, pensò bene di chiedere, questa volta nel giusto tono, al vero Signore della foresta: «Sire, questo falcone che ho legato e bendato, come si suol fare con le bestie par suo, mi è sempre stato fedele compagno d'avventure: per cortesia, non me ne private!»
Il puka sorrise ancora poi disse: «In realtà quello che chiamate compagno d'avventure, amico mio, altri non è che una potentissima macchina da combattimento, ma sarei del tutto iniquo, se vi privassi di una buona compagnia. Farò in modo, pertanto, che egli vi accompagni in questa vostra prova, ma sempre nella stessa condizione che voi gli avete imposto: di cieco e di prigioniero. Legatelo a voi, perché poi non potrete più liberarvene».
Ciò detto scomparve d'incanto, ed il Re si trovò di fronte ai riflessi del lago, col falcone cieco al polso, ed un cavallo zoppo.
[1] Collodi
[2] Carducci: Davanti San Guido


Nuovo appuntamento con "Le parole di Sherazade" di Liliana Salerno venerdì 16 ottobre
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