Re Artù
Re Artù
Le parole di Sherazade

Re Arturo

Rubrica a cura di Liliana Salerno

Come ogni martedì, tornano i racconti della rubrica "Le parole di Sherazade" a cura di Liliana Salerno.
La storia, che ha come protagonista principale "Re Arturo", permette a tutti i lettori di immedesimarsi nei personaggi e nelle loro caratteristiche.
a cura di Luca Ferrante

"Chi ama il mare sarà sempre libero" diceva la scritta del faro, al mio paese natio.
Ed io vi andavo spesso, ricordo, a fermarmi per ore a guardare i gabbiani volare basso, i pescherecci affondati nell'acqua, rotta da piccole onde infinite, unico indizio della corrente sotterranea.
Ma vi andavo anche per incontrare un amico ancor più silenzioso, ed il bastardo che gli faceva compagnia. Non che stessero insieme, ma il cane non lo abbandonava di un passo, e lui gli lanciava, a volte, dei tozzi di pane raffermo, subito avidamente ingoiati.
In paese li conoscevano tutti, e li cacciavano sempre, perché faceva spavento, di notte, camminare nel buio con aria di sfida.
Mia madre non voleva che lo frequentassi.
«Ruba!» - diceva - «È sempre sporco, non si sa chi sia e non ha un lavoro. Non ha nemmeno un nome».
Ed invero non è che io lo frequentassi, come, del resto, tutti i ragazzi del paese; sapevo bene quanto fosse litigioso e attaccabrighe, ma un giorno lo avevo visto rialzare un contadino caduto dalla bicicletta, e non credevo fosse così cattivo.
Quando poi lo avevo visto misteriosamente recarsi al porto, con il suo bastardo che gli trotterellava dietro come un bimbo felice, non avevo resistito alla tentazione di seguirlo, e fu così che mi trovai, per la prima volta, viso a viso con lui.
Era davvero brutto e sporco, o scuro di carnagione, ma da far paura, o fu la mia paura a renderlo più scuro di quanto non fosse.
Aveva intuito il mio pedinamento, mi aveva permesso di accostarmi ed ora si era girato di scatto per chiedermi: «Che vuoi?» - ed io - «Niente!» - poi aggiunsi in fretta - «solo conoscere te ed il tuo cane».
Non so chi mi avesse dato il coraggio di parlare, ma mi sentii subito meglio, perché la mia voce era stata calma e ferma, e lui se ne era accorto.
«Bene» - mi disse - «Non sei un pisciasotto» poi si allontanò con il cane che gli guaiva dietro.
Me ne andai; Per quel giorno, conclusi tra me e me, avevo fatto fin troppe prodezze.
Ma non abbandonai l'impresa, e fu un bene, perché il giorno dopo, alla stessa ora lui era lì, con il cane che lo guardava e guaiva muovendo la coda, ma non osava avvicinarsi, per timore delle pedate che spesso il padrone gli elargiva.
Provai ad avvicinarmi, prima con cautela, poi sempre più ardito.
Loro mi voltavano le spalle, ma io sapevo che mi avevano sentito arrivare. Avevano entrambi un intuito animalesco, comprendevano a fiuto la presenza di un estraneo e la sua intenzione, ma questo lo capii molto dopo.
Quel giorno il sole picchiava, come sempre, d'estate, nei nostri porti del sud; più giù, nella strada, le donne cucivano i piombi alle reti, altre le rammendavano, sotto il sole cocente. Mani anziane, antiche di precisione e di calli, lavoravano fitte fitte, in silenzio, ed in silenzio era il mio amico, con il suo cane che guaiva, quasi facesse naturalmente parte di quella vita, fosse un organo dello stesso corpo, e non mi guardava, o mi guardava dandomi le spalle, come a farmi sentire fuori posto o farmi capire di non essere desiderato.

Pure restai ancora, immobile dietro di lui, dietro la sua nuca, dietro il suo cane che guaiva.
Tentai di accarezzarlo, ma il cane ringhiò con fare minaccioso, ed il suo padrone si girò a guardarmi. Non sorrideva, solo mi guardava dritto negli occhi e di nuovo mi chiese: «Che vuoi?» - ma questa volta mi feci più ardito - «Come ti chiami?» - gli chiesi.
Lui si girò a guardare il mare, poi tirò (estrasse) dalla tasca un rametto di menta, lanciò al cane un tozzo raffermo, si rigirò, mi guardò ancora, poi mi disse: «Fai troppe domande, ed io non ho voglia di parlare». «Bene» - gli dissi - «Tornerò quando avrai voglia di parlare», e lui con fare seccato mi disse che mai aveva voglia di parlare e che non gli facessi altre domande.
Allora riprovai ad accarezzare il cane, ed il cane, di nuovo ringhiò, e lui mi guardò di nuovo, con cattiveria. Capii che non dovevo toccare il bastardo. Quel sacco pieno di pulci era l'unica persona che avesse al mondo.
Ma lo trattava male, ed io gli chiesi scusa, per aver cercato di toccare il cane, e lui finalmente sorrise, poi mi disse: «Hai un amo?» - «Ora no» - risposi - «se vuoi domani posso portartelo». «Non importa» - rispose ancora, con una strana aria malinconica: «Forse domani non sono qui».
Volevo chiedergli tante cose: la prima era dove sarebbe andato se fosse partito, ma mi aveva detto che facevo troppe domande, e ciò mi aveva ferito, poi temevo di perdere la confidenza inspiegabile che ora si era creata in noi, dal momento in cui mi aveva chiesto l'amo che io non avevo.
Era come se mi avesse, in qualche modo, ammesso nel suo mondo, nei suoi pensieri, e questa intimità, preclusa a tutti gli esseri che io conoscessi, mi rendeva orgoglioso e felice.

Si era fatto tardi, dovevo rientrare, altrimenti mia madre avrebbe gridato, come suo solito, e mio padre l'avrebbe sentita, ed entrambi mi avrebbero rimproverato, come sa bene chi è figlio unico e subisce l'attenzione premurosa dei genitori.
Chiesi al mio amico se potevo tornare a trovarlo, e lui ancora mi guardò con l'aria strana di prima e mi disse che forse non ci sarebbe stato, ma che se volevo potevo venire a guardare il mare, che «c'è sempre», disse, «che è di tutti, e che nessuno può portare via».
Lo salutai, il cane guaì un saluto e lui continuò a guardarmi, come se in me cercasse qualcosa.
Da quel giorno fummo amici, nella sua maniera strana e spesso taciturna, e devo dire che ne ebbi vantaggio, perché godevo della sua protezione, e nessuno in paese poteva più toccarmi, neanche per gioco, perché lui arrivava all'improvviso, nel momento giusto, pronto a salvarmi.
Dove fosse un momento prima nessuno riusciva a scoprirlo, ma se c'era bisogno di lui, lui era lì.
Imparò perfino a conoscere i miei genitori, e una volta riparò l'auto di mio padre, che era rimasta ferma in aperta campagna, né volle nulla in cambio. A mio padre disse solo: «lo faccio per suo figlio, non per lei».
E una volta addirittura fece a pugni con un ragazzo che aveva dato uno spintone a mia madre, e gridò forte, nel vicolo, che chiunque avesse osato sfiorare la signora avrebbe dovuto vedersela con lui.
Era fatto così, scontroso, incattivito, ma pronto a vendere l'anima per chi amava.
Nel suo eremo, su al faro, ci salivo solo io, ed il suo cane, che ora si faceva perfino accarezzare, e prendeva dalle mie mani i tozzi di pane.
Scoprii che non era un semplice bastardo. Re Arturo, così chiamavo il suo padrone, lo aveva addestrato. Il cane camminava sulle zampe posteriori, rubava le borse della spesa, e persino il pesce dalle barche ancorate a riva.
Re Arturo ne era fiero, ma non lo diceva.
Lo chiamavo così perché qualche pomeriggio, fermi sul molo, o seduti sulle casse, o sulla nuda pietra, rimanevamo a parlare per ore e lui mi raccontava stranissime avventure, metà raccolte dai libri di scuola, metà inventate, con fertile fantasia, e di cui lui era sempre il protagonista.
Si ispirava molto al ciclo Bretone; lo affascinavano gli incantesimi ed i filtri d'amore, che diceva spesso di aver sperimentato e soprattutto ogni volta che gli chiedevo: «Chi sei?» - lui mi rispondeva - «Un Re».
Ed io non me la prendevo, perché per davvero, a suo modo, era un re.
Un re di parole, o di botte per strada, ma temuto e rispettato come un re che sa di essere tale, e che gode di esserlo per sè stesso, e nient'altro.
Spesso mi diceva che sarebbe andato via, ma non diceva dove, né quando, come anche non diceva il suo nome.
Se lo mettevo alle strette rispondeva: «Non hai bisogno di chiamarmi per nome, se mi vuoi, fischia, ed io verrò».
Così io rimanevo interdetto, e non sapevo più che dire, finché lui non scoppiava a ridere ed il cane dimenava la coda per la contentezza.
Solo appurai il nome del cane, Mosè, ed anche che, spesso, Re Arturo aiutava i pescatori. Partiva prima del giorno sui loro pescherecci, compiva bene il suo lavoro e divideva con loro la zuppa freschissima.
Non che non rubasse, ma si adattava bene anche a lavorare, perché «all'alba il mare è bello», - diceva; perché gli piaceva tirare la rete piena di pesci, perché i pescatori lo trattavano bene, e gridavano con voci rauche, da una barca all'altra, ed il fiato si perdeva con la voce, nel vapore gelido del primo mattino …
Re Arturo amava il mare, e sul mare si sentiva felice.
Persino, dal mare, aveva avuto Mosè: un cucciolo di pochi mesi, gettato nell'acqua, per gioco, dai monelli del paese. Sarebbe morto se Re Arturo non lo avesse tirato fuori "dalle acque", ed anche se non lo avesse asciugato e portato sempre con sé, in quei giorni, sotto il braccio e sotto la giacca.
Mentre mi raccontava di lui, Mosè si era rizzato in piedi, e aveva alzato una sola delle orecchie appuntite, reclinando il capo, quasi volesse capire e dire: «io ero quel cucciolo, e questo è il mio padrone».
Quando Re Arturo prima dell'alba partiva col motopeschereccio, Mosè, che non era ammesso a bordo, rimaneva per ore sul molo, prima a guardare la barca che si allontanava, poi nella speranza di vederla tornare, sempre in un punto, immobile, con qualsiasi tempo, né cercava riparo, finchè non la vedeva spuntare all'orizzonte, né la confondeva con un'altra, e scodinzolava, finché la barca non veniva attraccata al molo ed il padrone non ne scendeva, per dargli il solito calcio di saluto.
Mosè era fatto così.

Grato di essere stato salvato, aveva deciso di amare per sempre il suo unico padrone, e da lui accettava qualsiasi cosa.
Anche Re Arturo gli voleva bene, col suo modo di fare che era brusco anche con me. Il cane lo capiva, e viveva del momento, o dell'illusione del momento, in cui Re Arturo gli avrebbe permesso di riavvicinarlo ancora, come nell'infanzia, quando, con cura ed amore, lo aveva raccolto fradicio e spaventato.
Ed il momento venne, ma non fu certo come io lo aspettavo. Re Arturo era partito per una giornata di pesca, che si preannunciava importante e difficoltosa. Il mare sembrava calmo, ma i pescatori lo guardavano con occhio torvo, e subito la barca, appena al largo, aveva preso a beccheggiare paurosamente, come per una qualche infida corrente sotterranea.
La giornata non era serena. Il sole compariva e scompariva dietro spesse nuvole scure. Mosè, come suo solito, era sul molo, con gli occhietti umidi,, luccicanti ed ansiosi. Stette lì tutto il giorno, ma quando io, nel pomeriggio, mi avvicinai, non era seduto, con le zampette anteriori pronte a scattare, bensì sdraiato per terra, come mai lo avevo visto. Uggiolava di dolore, e mi guardava con occhi da uomo. Aveva il musetto ostinatamente teso verso il mare e pareva volesse indicarmi un punto lontano all'orizzonte, quasi che solo il suo padrone potesse lenirgli il dolore.
Provai a chiamarlo per nome, con dolcezza. Gli accarezzai il pelo bruno, come pensavo avrebbe fatto Re Arturo. Provai a dargli dell'acqua in una vecchia latta, ma Mosè non riusciva ad alzarsi sulle zampe. Provai perfino con dei tozzi di pane raffermo.
Vidi la barca che si avvicinava, o meglio vidi negli occhi di Mosè, nei suoi tentativi di dimenare la coda, la barca che attraccava un po' distante da noi.
Allora presi il cane fra le braccia e lo portai da Re Arturo che scendeva con un salto.
Fui io a tendergli il cane fra le braccia.
Lui lo strinse delicatamente a sé e Mosè lasciò cadere il capo; e si irrigidì.
Due grosse gocce solcarono le guance sporche di Re Arturo, e capii che Mosè non lo avrebbe più atteso a lungo sul molo, né avrebbe più rubato il pesce dalle barche.
Recuperammo delle cassette di legno, e, con quelle i pescatori fecero una piccola, rozza bara. Poi ci diedero della corda, prendemmo dei grossi massi, e loro spinsero la barca al largo, dove Re Arturo restituì al mare il suo Mosè.
Tornammo a casa in silenzio.
Dissi a Re Arturo:
«Ci vediamo domani» - Rispose: «Va bene».
Il giorno dopo non c'era.
Il molo era deserto. Ma i gabbiani volavano basso, come sempre, e le barche erano affondate, per la stagionatura del legno.
Lo cercai in tutti i nascondigli che conoscevo, che lui mi aveva insegnato.
Non lo vidi più.
È passato tanto tempo da allora.
Ho abbandonato, come molti, il paese natio. Ora svolto in strade che rincorrono altre strade, ed il mio orizzonte più lontano è un manifesto pubblicitario in fondo al corso.
Ricordo quando dicevo a Re Arturo che anche l'orizzonte è un limite insopportabile.

E lui diceva: «No, è l'unico limite che l'uomo possa tollerare».


Nuovo appuntamento con "Le parole di Sherazade" di Liliana Salerno martedì 16 febbraio

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