Una stellina a Manhattan. <span>Foto Liliana Salerno</span>
Una stellina a Manhattan. Foto Liliana Salerno
Le parole di Sherazade

Una stellina a Manhattan - prima parte

Rubrica a cura di Liliana Salerno

Semplicemente l'Universo: Sole, Luna, pianeti, stelle... e una Stellina piccolissima, che aveva la particolarità di dormire tutto il giorno e piangere sempre di sera. Tutti si chiedevano il perché e cercavano in qualsiasi modo di scoprirlo. Alla fine, per aiutarla e risolvere il problema, sarà proposta una soluzione che farà discutere...
La favola "Una stellina a Manhattan" di Liliana Salerno è resa originale e stuzzicante proprio dai comportamenti molto strani della protagonista. La storia ha un linguaggio molto semplice e può coinvolgere un pubblico molto ampio, dagli adulti fino ai ragazzi.
a cura di Luca Ferrante

C'era una volta…
Una Stellina, piccola piccola e luminosa: iridescente.
Abitava nella Via Lattea, e tutto il giorno dormiva; ma a sera brillava di una luce tutta sua… Una luce inquieta, perché Stellina piangeva!
Tutte le stelle e i pianeti vicini se ne domandavano il perché, ma nessuno sapeva cosa pensare.
Polvere di stella si spandeva al suo pianto e inondava la Via Lattea.
Il Carro Maggiore, incuriosito, domandava ai vicini, ma anche il Carro Minore non sapeva rispondergli.
Tutto lo Zodiaco celebrava ricorrenze e la invitava a partecipare ai festeggiamenti, ma Lei si scusava con gentilezza o inventava un mal di testa.
Aveva, in questo modo, allontanato le amicizie più care, e credeva di essere sola al mondo!
Ma non era così, perché tutti le volevano un gran bene, e la notizia della sua sofferenza giunse un giorno a Mamma Luna, che, intristita, ne parlò con Papà Sole.
Erano, entrambi, i Genitori dell'Universo e non potevano permettere che un essere del Creato soffrisse senza una ragione!
Per cui ne parlarono, si consultarono e, non trovando spiegazioni, decisero di mandarle un messo.
Chiamato a corte Mercurio, noto messaggero degli Dei, lo pregarono di recarsi da Stellina, a domandarle della sua sofferenza.
E Mercurio partì, sul suo cavallo alato: il viaggio fu lungo e faticoso, ma le possenti ali lo portarono in breve a destinazione.
Era giorno inoltrato quando giunse, e Stellina dormiva, per cui dovette aspettare che il sole tramontasse, per parlarle.
Lei, sul far della sera, si stropicciò gli occhi, si stiracchiò, emise un profondo sospiro, poi scoppiò in lacrime… Come ogni sera, emettendo polvere di stella luminosissima.
Mercurio starnutì e lei, in quel momento, lo vide: «Ciao Mercurio» disse tra le lacrime.
«Ciao Stellina… Sono venuto per ordine di papà Sole, come stai?»
Stellina lo guardò un attimo, poi fu scossa dai singhiozzi: aveva ricominciato a piangere lasciando dietro di sé un manto dorato.
«Perché piangi?» le chiese Mercurio.
Ma lei non riusciva a rispondere: i singhiozzi si propagavano per l'Universo. Allora Mercurio insistette, domandando ancora: «Perché piangi?»
Stellina fece uno sforzo notevole, si soffiò il naso, stropicciò gli occhi e sospirò: «Sto molto male»
«Perché?» le rispose Mercurio, «non hai tutto quello che una stella possa desiderare? Non ti scalda abbastanza la luce del Sole?»
«Si» rispose Stellina. «Certo che ho tutto quello che posso desiderare, ma non è questo!»
«E cos'è allora?» insistette Mercurio.
La Stellina si chiuse in se stessa e ricominciò a piangere.
«Insomma: basta!» esplose Mercurio stizzito, «non se ne può più di questo piagnisteo!»
Stellina lo guardò intimorita, ma non riusciva a smettere di piangere.
Mercurio era sempre più furioso; le lacrime e la polvere di stella lo irritavano sempre più: «Sei soltanto una piagnucolona!… e pulisciti il naso!…».
Riprese le briglie del cavallo alato e volò via, arruffato più di un gallo da combattimento.
E Stellina restò sola nel suo pianto inconsolabile.

Primo capitolo

Papà Sole camminava per la stanza, fendendo lo spazio con lunghe, irose, falcate… e parlava ad alta voce.
Non sapeva darsi pace per il fallimento di Mercurio.
Sentiva soffrire una figlia e voleva a tutti i costi vederla sorridere.
«Com'è possibile?» - diceva a mamma Luna che ricamava in un angolo con il viso pensieroso - «Per secoli Mercurio ci ha offerto i suoi servigi e non ha mai fallito una missione».
Mamma Luna distolse lo sguardo dal ricamo ed obiettò: «Ma non ha mai provato a parlare con una stella!»
«E che significa?» gridò papà Sole furibondo: «cosa ha di diverso una stella?… Perché Mercurio non sa darmi una risposta?»… Perché questa creatura piange così tanto?… Piange ogni notte. I netturbini non riescono più a raccogliere la sua polvere che, se fosse utilizzata, farebbe felice il più triste degli esseri umani. E poi: cosa le manca? Ha il suo posto nell'Universo, rischiara la notte come ogni stella, perché non è felice di questo? Se continua così sarò costretto a spegnerla per sempre!… e la cosa mi rattrista notevolmente».
«No!» esclamò mamma Luna: «non puoi spegnerla per così poco e poi proprio mentre sta piangendo… pensaci! La cosa spaventerebbe tutto il Firmamento!... Dobbiamo invece fare qualcosa… facciamo un altro tentativo, poi, se dovessimo fallire ancora…».

E così fecero.
L'elfo musicista, Alfeo, si mise in viaggio, portando con sé il suo piffero magico.
Tutta la Galassia lo salutava con un sorriso, ma lui rispondeva con gentilezza e ripartiva.
Era così noto che se si fosse fermato non sarebbe più arrivato da Stellina…E così, di pianeta in pianeta, di stella in stella il pifferaio arrivò, ahimè!, anche lui di giorno.
Stellina, come tutte le stelle, a quell'ora dormiva.
Quando si svegliò il suono del piffero fatato inondava l'Universo, sicché lei rimase estasiata ad ascoltarlo… dimenticando perfino di piangere.
Soddisfatto Alfeo smise di suonare: e Stellina all'improvviso scoppiò in lacrime, ricoprendolo di polvere di stella, che andò ad intasare le cavità dello strumento.
Quando Alfeo lo riportò alla bocca stridenti note stonacchiate non sortivano più alcun effetto, né su Stellina, né su qualunque essere dell'Universo.
Alfeo la guardò disperato… scosse il piffero, lo riportò alla bocca, ma il suono che ne usciva era terribile.
Provò a vuotarlo, a pulirlo, ma Stellina, mortificata, piangeva ancora di più, producendo tanta, ma tanta, polvere, che intasava il piffero.
Alfeo la pregava di smetterla o di dirgli perché piangesse, ma le lacrime di Stellina erano veramente irrefrenabili, per cui non poté far altro che salutarla, portando con sé il suo ormai inutile aggeggio.

Papà Sole seppe l'accaduto direttamente da Alfeo, che piangeva, anche lui, la perdita del piffero, per cui non poté arrabbiarsi…
A sera, quando il trambusto della giornata si fu calmato si ritrovò in poltrona, davanti ad una tazza di thè, che gli veniva servita da mamma Luna: «Come devo fare?» le diceva; anzi: «Cosa devo fare?»
Mamma Luna si spostava da un piede all'altro, facendo vacillare il vassoio fumante.
«Il piffero di Alfeo era uno degli strumenti magici più noti di tutto il Creato!… ma sapessi perché piange!… Esiste forse un dolore che io, che sono il Sole, non posso lenire? Riscaldo lei come tutte le altre stelle: possibile che il mio amore non sia sufficiente?!»
Mamma Luna gli tolse dalle mani la tazza tremante, andò a prendergli le pantofole, poi disse a mezza voce, come se la sua fosse una richiesta improponibile: «Potrei andare io a parlarle!»
Come previsto il Sole si adirò: «Per il pianto di una Stella vuoi sconvolgere il Firmamento?»
«Sarà per poco tempo» obiettò mamma Luna «credo di essere la sola con cui possa parlare. Quando vedrà che ho lasciato il mio posto per ascoltarla, sono certa che si lascerà andare».
«Va bene» bofonchiò papà Sole, che non aveva mai saputo negare nulla a sua moglie.
L'idea del suo viaggio, in realtà, non gli piaceva: la casa vuota, l'assenza sul posto di lavoro, il punto di riferimento più stabile di tutta la sua esistenza veniva meno… ma mamma Luna era l'essere più dolce del Creato… si... solo lei poteva riuscirci!
Il giorno dopo, a malincuore, le fece preparare il cocchio d'argento trainato da sei cerbiatti.
Le damigelle le spazzolarono i candidi capelli, e lei, più eterea che mai, si mise in viaggio.
Il cocchio era lento, ma petali di rosa, lanciati da stelle e pianeti, rallegravano il suo cammino.
La creatura più amata dell'Universo, la Luna, si muoveva in viaggio, e tutti si fermavano ammirati a guardarla.
Il Sole, suo marito, ritrasse i raggi, in modo da rendere le giornate più brevi, ben sapendo come la notte fosse il suo elemento… e mamma Luna arrivò di notte, mentre Stellina piangeva.
Scese dal cocchio e le corse incontro, le prese il viso tra le mani e le asciugò le lacrime.
Stellina, ancora scossa dai singhiozzi, pian piano si ricomponeva.
Mamma Luna aspettò che fosse più calma: «Allora» le disse materna: «perché piangi?»
Stellina pian piano riacquistò il controllo di sé, e, vinta dalla dolcezza di chi le parlava, cominciò a raccontare: «Mamma Luna, io sto molto male, sob… e non è facile per me spiegarne il motivo! Sob…. Io ho tutto… ma in tutta la mia vita non posso fare altro che brillare, sob… inutilmente brillare! Dormo tutto il giorno e a sera devo brillare… sob… sob… Non accade mai nulla nel Firmamento e non posso mai misurare me stessa: che senso ha vivere? Io non lo so più… sig… sob!»
Si asciugò gli occhi, soffiò bene il naso, poi aggiunse: «Voglio morire, non vivere solo per brillare.»
Mamma Luna aveva ascoltato con attenzione. Forse non la capiva appieno, perché i corpi celesti, solitamente, sono felici del proprio ruolo, ma le disse ugualmente che ne avrebbe parlato con papà Sole. La salutò, pregandola di non piangere fino a quando non avesse avuto sue notizie; salì sul cocchio d'argento e tornò pensierosa a casa.

Papà Sole la ascoltava attentamente ed era veramente costernato: una Stella infelice di brillare! Una forma perfetta scontenta del proprio stato!
Rimuginò aggrottando le sopracciglia poi rivelò a mamma Luna: «Le ci vorrebbe un diversivo, un viaggio, un'avventura! Ma sono cose che non riguardano una Stella!»
Lei gli domandò: «Come possiamo aiutarla?»
«Una soluzione ci sarebbe…» rispose il Sole visibilmente perplesso, «ma dovrebbe rinunciare, temporaneamente, a essere una stella!»
«Come?» esclamò la consorte.
«Solo gli umani» spiegò papà Sole «vivono le avventure, per cui se Stellina accettasse di prendere forma umana, potrebbe, nel regno degli uomini, vivere la sua avventura. Sono certo che dopo aver fatto le esperienze dei comuni mortali, dopo aver conosciuto il dolore, sarebbe veramente felice di brillare per sempre nell'Universo».
«E se fosse un'esperienza troppo dura per lei?» si preoccupò mamma Luna, sempre un po' apprensiva.
«Dobbiamo correre questo rischio» asserì papà Sole.
Sua moglie si arrese all'evidenza: poi predisposero che la loro decisione fosse comunicata a Stellina e la convocarono per il giorno seguente.

Nuovo appuntamento con "Le parole di Sherazade" di Liliana Salerno venerdì 9 ottobre
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Rubrica a cura di Liliana Salerno

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