Carro armato del Patto di Varsavia per le strade di Praga
Carro armato del Patto di Varsavia per le strade di Praga
Alle porte dell'est

Benedetta Primavera

La fine del sogno di un socialismo dal volto umano

Il volto umano del socialismo sfregiato per sempre e quell'insostenibile leggerezza dell'essere violata dall'ottusità. La notte fra il 20 e il 21 agosto del 1968 i carri armati del Patto di Varsavia posero fine alla coraggiosa trasformazione della Cecoslovacchia in una vera democrazia popolare. Fu quello, probabilmente, uno dei momenti più ingloriosi della storia recente di tutta l'Europa orientale. Molto più doloroso di Berlino Est nel 1953 e di Budapest 1956, dove purtroppo l'indicazione delle città e delle annate non richiama a qualche evento sportivo ma al soffocamento di quelle giuste rivendicazioni che, se comprese e accolte, avrebbero cambiato il corso della storia.

Uno degli aspetti più incredibili della vicenda di Praga riguarda l'Italia, raccontato nella biografia di Enrico Berlinguer a cura di Giuseppe Fiori, pubblicata da Laterza nel 1989. La sera del 20 agosto di cinquant'anni fa la segretaria dell'ambasciatore russo a Roma Nikita Ryžov chiese insistentemente e ottenne un incontro urgente con una delegazione del Pci, in quel momento (nel pieno della pausa estiva) presidiata a turni dai dirigenti rimasti nella capitale. Toccò, paradossalmente, al filosovietico Armando Cossutta e al direttore de "L'Unità" Maurizio Ferrara incontrare l'ambasciatore Ryžov: "Li accoglie non dicendo subito quel che accade. Fa portare tè e pasticcini, poi la comunicazione. Ha in mano un telex in cifra, che traduce all'istante a spezzoni. Questa la sostanza: su richiesta del governo e del partito cecoslovacco, truppe del Patto di Varsavia sono entrate in Praga per difendere il regime socialista dall'attacco della controrivoluzione interna e internazionale.
Freddamente Cossutta domanda: «Su richiesta precisamente di chi?». «Di un gruppo di compagni». «Avete i nomi?». L'ambasciatore divaga. «Esiste un documento del Partito comunista cecoslovacco di richiesta d'intervento?. Naturalmente non esiste. Si alzano. Goffamente l'ambasciatore gli mette tra le mani e in tasca boccette di vodka e d'altri liquori e cioccolatini. È il lato grottesco d'un momento drammatico.

Escono. Ma nel corridoio, fatti pochi passi, l'ambasciatore li raggiunge. Ha un'espressione improvvisamente cambiata, dice preoccupato: «Fate conto di non avere sentito. Le cose stanno diversamente. C'è stato un errore di trasmissione». In realtà un errore c'è stato, ma d'altra specie. La notizia dell'operazione militare è coperta da embargo. L'ambasciatore se n'è accorto in ritardo. Aveva dato quindi per avvenuto un intervento che inizierà soltanto dopo la mezzanotte. Ecco allora la situazione paradossale: Cossutta e Ferrara sanno dell'invasione, soli in tutto l'Occidente; quel che non sanno è che al passaggio di frontiera mancano ancora parecchie ore". La Primavera di Praga sarebbe comunque finita e nel timore di una strage non dissimile, nel 1981, il generale Wojciech Jaruzelski preferì sequestrare la libertà residua dei polacchi all'intervento diretto dell'Urss, inscenando il celebre "autogolpe".

Non credo sia stata casuale l'evoluzione pacifica dell'assetto politico cecoslovacco dal 1989 in poi. La Rivoluzione di velluto e la successiva scissione dello stato tra Repubblica Ceca e Slovacchia, che ha avuto effetto dal primo gennaio del 1993, costituiscono la più alta prova dell'aspirazione alla democrazia di un popolo che in fondo sembra rimasto unito malgrado la divisione in due stati. Sarà per il sacrificio dello studente Jan Palach, che si diede fuoco in piazza San Venceslao. Sarà perché Aleksander Dubcek, il leader della Primavera, era slovacco. Oggi Praga e Bratislava sono capitali europee moderne ma gran parte dei giovani che le visitano non hanno alcuna memoria storica. Destino cinico, a 50 anni da quella benedetta Primavera.
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