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Il caffè del filosofo

Sotto gli occhi del dominio

Una riflessione sul significato del 25 novembre

25 Novembre. Per molti e molte una semplice giornata autunnale, per tutti e tutte dovrebbe, invece, rappresentare un memorandum. Il 25 Novembre ricorre la Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Tuttavia, ci troviamo di fronte a più di una semplice ricorrenza, dal momento che, a differenza di quest'ultima che ricorre, cioè ritorna ciclicamente di anno in anno, l'impegno e l'attivismo per la lotta contro la violenza di genere accompagna il nostro essere animali politici passo dopo passo, giorno dopo giorno.

La complessità dell'affrontare un tema delicato come la violenza di genere necessità una collaborazione disciplinare che si svolga nell'ottica della decostruzione di una cultura fondata su rapporti di dominio materiali e simbolici che perpetuano subordinazione, discriminazione e violazioni. Quello che è ormai lampante agli occhi dei più, meno a chi si rifugia in un'ottica securitaria, è che vi è un legame intrinseco tra violenza e patriarcato, laddove per patriarcato si intende quel sistema sociale in cui al pater, all'uomo sono attribuiti caratteristiche e valori, ma anche, di conseguenza, diritti intrinsecamente legati a lui stesso e per questo considerati come "naturali". Attraverso la violenza, infatti, si esercita una forma di "dominio" che depotenzia e immiserisce l'esistenza di chi la subisce. La violenza indotta non agisce solo sul piano individuale, ma è strutturale nella misura in cui non è circoscrivibile ai gesti e alle parole del singolo. Si verifica, anzi, in un ampio raggio d'azione, le cui radici rimandano ad un sistema di sapere/potere fondato su un dominio sessuale che si perpetua attraverso istituzioni di vario ordine. Si parla infatti di violenza strutturata e paradigmatica sul genere. La Convenzione del Consiglio d'Europa ha definito la violenza come

"una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata"*. Nel documento si è riconosciuta "la natura destrutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere, (...) che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini".

È necessario, dunque, affrontare la problematica della violenza alla radice, disvelando le facce nascoste della suddetta e vedendola come paradigma che si instaura in una traiettoria quotidiana ad ampio raggio. L'analisi del fenomeno deve rispondere a certi canoni, dal momento che è frequente ricadere in una spettacolarizzazione del fenomeno a livello mediatico, esponendo l'opinione pubblica ad un iper-rappresentazione che finisce per restringere la capacità di comprendere e per celare il nucleo intimo dei fatti. Per esempio, le stesse campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne ricadono, seppur inconsciamente, in stereotipi culturali, condividendo il substrato che è alla base di comportamenti e modalità relazionali violente ed oppressive. Nel concreto, le campagne di sensibilizzazione contro la violenza di genere si focalizzano precisamente sulla vittima, oscurando i colpevoli e consolidando un'immagine fragile e debole della donna. Di fatto, il carnefice rimane anonimo, un'ombra sullo sfondo privo di identità (soprattutto se è europeo). La vittima è rappresentata piegata su se stessa, messa in un angolo e vessata da lividi: questa immagine non fa altro che rafforzare l'idea, parte di un sistema di interiorizzazione della donna, che la figura femminile abbia costantemente bisogno di protezione e sicurezza maschile. Chiaramente, le conseguenze derivanti da questa campagna comunicativa non sfuggono all'occhio critico: innanzitutto ne deriva una possibile colpevolizzazione della vittima, qualora non fosse in grado di prendere l'iniziativa di denunciare; inoltre, viene assunta la tendenza del giudicare ulteriormente la vittima in base alla sua condotta "giusta o sbagliata, buona o cattiva" in relazione al carnefice.

Dunque, la libertà per lei è ancora prima di tutto il ritrovare una identità, essere. È un tema niente affatto semplice, né risolto nel giuridicismo delle nostre democrazie: la questione della inalienabilità della persona (...) Per le donne ha una dimensione tanto grande quanto la negazione di cui sono state oggetto: immensa. Esse sanno che la persona resta violata al di là delle dichiarazioni di diritto: dalla miseria, dal comando, dalla ideologia, da quella proiezione dell'oppressore che stinge anche all'interno di noi. E questo senso dell'alienazione dell'Io profondo, che si esprime nel bisogno di chiedersi: «Ma io chi sono?» e si proietta di continuo negli slogan femministi «Io sono mia» (...) è il messaggio più reciso che il nuovo movimento delle donne ci manda.**

Non è un caso se già nel 1949 Simone de Beauvoir scriveva ne Il secondo Sesso che la donna da sempre subisce il dramma del conflitto tra la rivendicazione fondamentale di ogni soggetto che si pone sempre come essenziale e le esigenze di una situazione che fa di lei un inessenziale. Ciascun essere umano, donna o uomo, deve giustificare la sua esistenza presente attraverso la trascendenza, intesa come espansione indefinita verso l'avvenire. Per il soggetto che si auto-progetta in vista di nuove e continue possibilità, l'avvenire è la dimensione temporale fondamentale. Tuttavia, nella storia dell'umanità, alla donna è stato negato il movimento della sua trascendenza, cioè la possibilità di esistere autenticamente e creativamente, essendo la possibilità di trascendersi. La stretta conseguenza è, quindi, l'impedimento di una "fioritura" delle potenzialità che una vita reca in sé.

Il dominio maschile, che le costituisce (le donne) in quanto oggetti simbolici, il cui essere (esse) è un essere-percepito (percipi), finisce col porre le donne in uno stato permanente di insicurezza corporea o, meglio, di alienazione simbolica: le donne esistono innanzitutto per e attraverso lo sguardo degli altri, cioè in quanto oggetti accoglienti, attraenti e disponibili. Da loro ci si attende che siano "femminili", cioè sorridenti, simpatiche, premurose, sottomesse, discrete, riservate se non addirittura scialbe. E la pretesa "femminilità" non è spesso altro che una forma di compiacenza nei confronti delle attese maschili, reali o supposte, soprattutto in materia di esaltazione dell'ego. Di conseguenza, il rapporto di dipendenza nei confronti degli altri (e non soltanto degli uomini) tende a divenire costitutivo del loro essere.***

La violenza maschile ha molte facce, alcune visibili, riportanti il marchio indelebile e vivido, altre celate abilmente sotto le vesti di un costume quotidiano, ben nascosta in un certo modo di vedere il mondo e i rapporti sociali, a partire dalla differenziazione dei generi, da cui deriva la ruolizzazione e la gerarchizzazione degli stessi. Non è possibile comprendere le condizioni di possibilità di violenza maschile contro le donne se non si riflette e non si lavora a partire dal terreno che la produce e la alimenta, malgrado i diritti riconosciuti e le politiche di parità. La stessa Lea Melandri ha più volte sottolineato nei suoi testi come le donne abbiano subìto e continuino a subire un'espropriazione di esistenza e progettualità, in forma di identificazione con il corpo e con la sessualità femminile svilita a obbligo riproduttivo. In particolare, parafrasando Melandri, è la mancata dialettica dei sessi ad aver generato una quotidiana "invarianza" degli stessi, assegnando naturali privilegi a quello maschile tramandato per via educativa di padre in figlio. Più in generale si potrebbe affermare che in alcune realtà la violenza esercitata dagli uomini sulle donne continua a essere usata come strumento subordinante, ovvero lo stupro diviene banco di prova della forza superiore maschile, nonché della sua virilità; invece, nei Paesi che hanno conosciuto l'emancipazione femminile e il riconoscimento di molti diritti, la violenza rappresenterebbe una risposta risolutiva all'insubordinazione femminile.

Difatti, per le femministe, la riappropriazione del corpo ha avvio solo con il partire dalla narrazione di sé. La donna è stata "inventata" dall'uomo attraverso eterne oscillazioni: è sempre stata ciò che l'uomo brama e rifiuta, che desidera e teme, che ama e odia, che non conosce e che tuttavia ha necessità di definire in qualche modo. Quel che è stato negato alla donna è di avere un'esistenza per sé e a sé stante anche nei cosiddetti miti fondativi. La filosofa storicizza la situazione femminile, analizzandola in rapporto ai condizionamenti sociali nelle varie fasi della crescita individuale, con un esito per cui la donna si configura come "essere relativo" all'interno di lunghi processi che hanno fatto della subalternità il ruolo femminile per eccellenza.
* - Convenzione di Istanbul, 11 maggio 2011
** - Rossana Rossanda, Le altre. Conversazioni sulle parole della politica, Feltrinelli, Milano 1989, p. 86
*** - Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano 2017, p. 80
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