Prigioniero bendato. <span>Foto Liliana Salerno</span>
Prigioniero bendato. Foto Liliana Salerno
Le parole di Sherazade

"Voci", la verità e il perdono

Testo drammaturgico in due atti di Liliana Salerno

Si chiude il testo drammaturgico che ha accompagnato i lettori di BisceglieViva in un bellissimo viaggio, condotto da Liliana Salerno. Il racconto di "Voci" ha subìto un'importante 'scossa' alla morte della parrucchiera Deborah, nella sesta scena (click per rileggerla).
La conclusione del secondo atto è avvenuta all'interno di un bar, con protagonisti i due sposi Paolo e Teresa, in attesa del bambino che ha desiderato con tutta la sua voglia e forza.
L'uomo decide di chiarirsi a pieno con la sua donna e a farlo sarà anche una figura misteriosa che apparirà nel corso del dialogo.
a cura di Luca Ferrante

I personaggi e i fatti narrati in questo dramma sono, per dichiarazione dell'Autrice stessa, frutto di pura invenzione e fantasia. Per cui se qualcuno si riconoscerà in essi, sia nelle fattezze del tale personaggio che nella fisicità della narrazione, consideri la cosa del tutto accidentale e casuale.
La lettura del testo è sconsigliata a un pubblico minore di 14 anni.
Buona lettura.

Settima e ultima scena: la verità e il perdono

Cala il sipario, per qualche secondo, quando sarà risollevato, ci saranno nuovamente i tavolini in scena, come nell'introduzione. La scena è illuminata a giorno. Entrano Paolo e Teresa, in costumi e look mutati. Sono entrambi piccolo-borghesi negli abiti, tiratissimi. Per lei, tailleur blu, con camicetta in seta rosa, capelli dall'acconciatura austera, strettamente tirati e raccolti in crocchia, occhiali da sole, color tartaruga, che adopererà gesticolando nel dialogo. Si intende che siano da vista e da posa. Lui, invece, imbrillantinato alla John Travolta di Grease. Gessato chiaro, con cravatta possibilmente cachemire in seta, o comunque una cravatta importante, fermata con un fermacravatta in oro. Il completo deve dare l'impressione di un bambino vestito per la prima comunione. Entrano ridendo sul Matrimonio, di un'amica 60enne, che ha deciso di sposarsi in Chiesa, perché vergine, e fidanzata con un vedovo. Prendono posto al solito tavolino, sembrano felici di incontrarsi, ma le risa eccessive, devono mostrare imbarazzo e nervosismo. Inizia la settima Scena.
Teresa grida rauca: «Garçon?»
Il Cameriere si avvicina e recita: «I Signori gradiscono?»
Teresa (rivolta a Paolo, che invece tace): «Un caffè macchiato?». Guardando negli occhi il Cameriere, che annuisce consenziente, segnando l'ordinazione su un taccuino: «Per me un ginseng, e il resto di Venti!»
Sventola i 20 euro che ha estratto dal portafoglio, con maestrale arroganza. Il Cameriere si dilegua, uscendo sempre dalla quinta a sinistra.
Teresa, parlando dell'amica comune, continuando una conversazione già iniziata: «Quindi ha deciso di sposarsi in Chiesa, a sessant'anni?»
La conversazione privata, grazie ai microfoni deve diventare estremamente intellegibile dal pubblico. Le comparse possono liberamente commentare, producendo un brusio di sottofondo, che si spegne, non appena gli attori riprendono a parlare. La musica torna ad essere la Vie en Rose, sempre senza cantato (eseguita da un violino solista).
Paolo, ridendo: «Si! C'era tutta la famiglia di lei, e la figlia di lui, che, essendo vedovo, l'ha potuta sposare in Chiesa»
Teresa incredula: «Con l'abito bianco, perché vergine, e le damigelle a tagliare il nastro?»
Paolo, preso da ancora più forte ilarità: «L'abito era ecrù (pettegolo) ma non si poteva guardare. Qualcuno ha detto che, lei, per l'occasione deve aver sacrificato la carta da parato del suo appartamento. Per giunta è prestante, praticamente una cariatide… o un telamone… La sarta, per vestirla ha dovuto cucirle addosso una specie di cappa, istoriata dal disegno fogliante della stoffa, per cui tra il suo abito e i paramenti del sacerdote, non si notava nessuna differenza!».

Teresa scoppia nuovamente in una grande risata, ma fortemente accentata ed isterica. Entra il cameriere portando le ordinazioni. Posa il vassoio sul tavolino, e sistema le tazze ai commensali. La conversazione per il momento viene interrotta. Solo Paolo ringrazia il cameriere dell'attenzione prestata. Teresa rimane fortemente arrogante, per cui, poiché tutto le è dovuto, grazie alla dimostrazione fisica di poter pagare, non ritiene opportuno neanche un cenno di ringraziamento. Riprende pertanto la conversazione, puntando sull'argo-mento che le sta a cuore: «(dolcissima, lagnosa e fortemente nasale) Amore, (pausa studiata e strategica), che nome daremo al nostro bambino?… lo sento che è maschio, sono (calca le parole per convincerlo ed entusiasmarlo, ma con scarso successo) sua madre, Non posso sbagliare!»
Per pronta risposta, Paolo rigurgita, schifato, succhi gastrici nel fazzoletto in filo di Scozia.
Teresa, materna e sinceramente preoccupata: «Stai bene?»
Paolo si asciuga la bocca col fazzoletto, che poi metterà in tasca: «Lo vuoi tenere?»
Teresa (con nonchalance, fingendo di non aver capito, sempre melensa e nasale, fatica a tenere in scena la sua finzione. Il suo scopo è incastrare Paolo, non mettere al mondo il bambino): «Amore mio, ma certo che lo vogliamo tenere, è il nostro bimbo, il frutto del nostro amore selvaggio».
A Paolo torna alla mente la violenza subita, per cui la guarda con cattiveria, con gli occhi rossi iniettati di sangue, che vorrebbero piangere, ma non possono, per cui esplode, ma parlandole con freddezza.
«Io non ti amo, Teresa, non ti amo. La donna che amo pende da una corda, né mai la potrò riavere. Però hai ragione, il bastardo che porti in grembo, purtroppo è mio, sangue del mio sangue, sempre che questa cosa sia vera!… (deciso le stoppa l'obiezione sul nascere) Stai zitta! Adesso sono io che devo parlare! Oh! Si, tu sei capace di mentire, di fingere e di ingannare! Non ho alcuna stima di Te. Hai voluto questo figlio per dispetto, non per amore. L'hai voluto quando ti sei resa conto che esisteva un'altra donna nella mia vita! Ora lei non c'è più. Puoi abortire, non è necessario che tu faccia un figlio, solo per avermi. (nel dire questo, rigetta nuovamente nel fazzoletto, ma Teresa finge di non accorgersene) Sono già Tuo, soltanto Tuo. Il bambino è Tuo, solo Tuo. Lo hai voluto e lo amerai. Sai che potrei chiedere l'annullamento alla Sacra Rota; il nostro matrimonio, grazie alla tua violenza, è nullo per vizio di forma, e nessuno può obbligarmi a riconoscere un bambino che non amo. È figlio tuo, non mio!».

Dalla quinta di destra entra in scena, il fantasma di Deborah. Per il costume di scena, sarà necessario aggiungere un velo bianco ai vestiti rosso arancio, indossati nella scena precedente. Si lancia verso Paolo, quasi per proteggerlo con le sue parole: «No, Amore, no!… Non posso sentire che parli così!… parla solo la tua rabbia, non l'Uomo che sei. Non l'Amore che abbiamo, Occhi negli Occhi, l'Uno per l'altra!».
Il violino riattacca la Vie en Rose, ma molto sfumato.
Paolo, turbato: «Com'è fioca questa lampada».
I fari illuminano Paolo e Deborah, lasciando Teresa in penombra.
Paolo: «"Ah! Chi viene? Credo sia la debolezza dei miei occhi che dà forma a questa mostruosa apparizione. Viene su di me. Sei Tu qualcosa? Sei un qualche Dio, un angelo, o un demonio che mi raggeli il sangue, e i capelli mi fai rizzare sul capo?"»
Deborah si ritrae, svanendo nella quinta, il faro si accende su Teresa, che riprende materna: «Paolo stai bene? Sei così pallido?»
Il fantasma di Deborah rientra in scena, le luci si spengono su Teresa, per illuminare i due amanti. Paolo si ricompone, riconosce la sagoma del fantasma ed esclama felice (con dolcezza): «Amore!»
Nel dirlo si alza in piedi, ma la sua luce, il faro che lo punta, si spegne. Teresa, opportunamente illuminata con un gioco velocissimo di luci, fraintende le parole di Paolo e risponde: «(dolcissima, fino ad essere stucchevole) Dimmi, amore mio!»
Si alza e i due, illuminati sono uno di fronte all'altro. Simultaneamente tornano a sedere, con un effetto quasi da marionette. Le luci si spengono e Deborah, senza levare il velo che la copre, incomincia il suo monologo.
Deborah (dolente): «Neanche adesso mi riconosci, Amore, adesso che non posso più distruggere la tua felicità altrove? Sono io, la tua poetessa Parrucchiera, la tua gattona randagia, la donna che ha atteso per ore che soltanto le parlassi, quella che ha cambiato le lenzuola ogni volta che l'hai amata, o soltanto posseduta. Sono la pazza della porta accanto, quella con l'esaurimento nervoso, quella che ha saputo vivere un immenso amore, ai margini della tua vita. Quella, che pur non portandolo nel ventre, scomparendo per sempre dalla tua vita, ha permesso, al tuo cuore di avere più spazio per altri amori, per il figlio che avevamo desiderato insieme. Ora tu hai un figlio da nutrire, Amore mio! Morendo ti ho lasciato un figlio, Amore mio, sangue meticcio di rabbia e dolore. Tu solo potrai stringerlo tra le braccia, tu solo potrai vederlo gattonare e abbracciare il mondo. La tua vita si riempirà del colore dei giochi, le tue orecchie del suono, anche notturno, dei suoi vagiti, che non potrò sentire, essendo nell'Ade. Tu solo puoi permettere alla mia anima di dormire in pace, nel silenzio che mi sono data».

Paolo si alza illuminato all'improvviso e sussurra: «(con voce bassissima, come un pianissimo per pianoforte) Deborah!…»
Teresa, seduta, ma repentinamente illuminata, mentre Paolo torna nell'ombra, risponde (decisa): «Paolo!»
Il Fantasma avanza verso il pubblico, lasciando i coniugi alle spalle.
Deborah: «Vivi felice, Amore mio, felice del bene che ti ho lasciato. Il Sogno, il nostro sogno d'amore si realizzerà nell'Assenza l'uno dell'altra. Non mi è dato, come Proserpina ritornare. Ma, morendo per sempre, ti lascio un dono, la consapevolezza di conoscerti a fondo, di sapere per certo, quanto, con me hai desiderato un figlio. So che non lo ami, so che non ami Teresa, ma loro ora sono la sola famiglia che ti può appartenere. Perciò dico: Vivi sereno, cresci tuo figlio, e non pensare alla donna che ti ha amato davvero senza pretendere niente, senza nemmeno pretendere un figlio. Troppo tardi ti conobbi, e il destino era già scritto. Non ho colpa, Amore mio, se non ho potuto amarti meglio! Se non ho potuto amarti a fondo!»
Si inchina al pubblico, molto profondamente e dice (in un soffio): «Addio, tenero amante, addio pubblico amato. Torno nell'Ade, mia vera dimora. L'ora è giunta, Addio. Se non fossi morta, Paolo, se fossi rimasta nell'ombra al tuo fianco, avresti comunque cresciuto questo figlio indesiderato, ma, desiderando altro, non avresti mai corso il rischio di innamorartene. Questo nuovo amore, la gioia della paternità te l'ho data io. Perché, ricordalo per sempre, io ti amo, Addio!»
Si inchina nuovamente al pubblico, e licenziandosi esce di scena dalla quinta da cui era entrata. Si accendono le luci, Teresa, ignara delle parole di Deborah, perché non abilitata a vedere e ad ascoltare il fantasma, affronta Paolo con sicurezza e disinvoltura.

Teresa (sfrontata): «Lo chiameremo Antonio, o Vittorio, o Pasquale».
Paolo sinceramente abbrutito dalla banalità della moglie, fedele al dettato della sua donna guarda la moglie in faccia e, senza sorridere, le risponde: «No, lo chiameremo Emanuele, come mio padre».
È evidentemente soddisfatto della scelta che ha fatto, per cui aggiunge: «Teresa non ti illudere, io non ti amo, ma riconoscerò il bambino, lo crescerò nella fede in cui sono cresciuto. Tu per lui potrai fare tutte le tue scelte, vivremo convivendo more uxorio ma la mia anima non è tua».
Teresa, materna e comprensiva: «Non stai bene, Paolo, tu hai bevuto. Torniamo a casa. Domani tutto ti sarà più chiaro, domani sarà diverso. Io ti perdono di avermi ferito in questo modo brutale. Sei sconvolto per la morte della ambiziosa donnetta, la Parrucchiera esaurita, la baldracca che ti si è accostata, per spillarti un po' di quattrini… si, si è vero, ma io ti perdono, perché sono tua moglie, Paolo, tu sei stanco. Sei molto stanco. Ora andiamo a casa».
Poi, con tono autorevole chiama: «Garçon? La cuenta!»
Sbandiera ancora i venti euro. Paolo affranto e sconfitto, non osa rispondere, per non suscitare le ira della Signora. Entra il cameriere con un vassoio, raccoglie tazzine e quant'altro, prende anche i soldi e dice: «Le porto subito il resto».
Rientra, per ricomparire subito dopo con il resto e lo scontrino. Si eclissa abbastanza velocemente. Paolo e Teresa si alzano, Teresa lo prende per mano come portasse un bambino o meglio un cagnolino da salotto, ed esce con lui, dalla solita quinta.
Cala il sipario, termina la settima scena e il secondo atto.
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