Maternità. <span>Foto Liliana Salerno</span>
Maternità. Foto Liliana Salerno
Le parole di Sherazade

"Voci", to be or not to be

Testo drammaturgico in due atti di Liliana Salerno

Il testo drammaturgico, nonché il secondo atto, di "Voci", scritto da Liliana Salerno, si avvia verso la conclusione e la narrazione riserva delle intriganti e interessanti sorprese nel finale. Il dialogo fra Paolo e Teresa, tanto desiderosa di volere un figlio nonostante la contrarietà di suo marito, si è chiuso proprio con quest'ultima rimasta incinta. Un aspetto che ha rotto anche gli schemi della relazione dell'uomo con l'amante Deborah (click per rileggere la quinta scena).
La conseguenza della gravidanza è stata il suicidio della ragazza innamorata di Paolo. Dopo il tragico evento, seguirà l'entrata di tutti i personaggi della storia, oltre a un momento di alta letteratura con la recitazione di alcune famose opere di Manzoni, Foscolo e Vittorini.
a cura di Luca Ferrante

I personaggi e i fatti narrati in questo dramma sono, per dichiarazione dell'Autrice stessa, frutto di pura invenzione e fantasia. Per cui se qualcuno si riconoscerà in essi, sia nelle fattezze del tale personaggio che nella fisicità della narrazione, consideri la cosa del tutto accidentale e casuale.
La lettura del testo è sconsigliata a un pubblico minore di 14 anni.
Buona lettura.

Sesta scena: to be or not to be

Dalla solita quinta, si intravede la figura di Deborah che, mentre il sipario cala per permettere ai due attori di uscire di scena, percorre il palco in preda ad evidente stato di eccitazione. Si rivolge direttamente al pubblico ed esclama come se desse di matto (come parlando con se stessa, ma a voce decisamente alta): «Lei ha fatto un figlio, non io! È questo che mi ha detto! Ho capito bene! (ripete incredula) Lei ha fatto un figlio, non io! Si, perché intanto, lui faceva i cruciverba!»
Si rivolge al pulpito recitando direttamente il titolo del monologo Shakespeariano: To be or not to be, ovvero Essere o non essere, tratto dall'Amleto.
Deborah, quasi in un soffio, ma scandendo bene la pronuncia inglese: «"To be, or not to be?" (continua in Italiano con la traduzione, dopo aver alzato la testa per sfidare il pubblico) "Essere o non essere? Questo è il problema. Se sia più nobile sopportare le percosse e le ingiurie di una sorte atroce, o prender l'armi contro un mare di guai e combattendo per annientarli. Morire, dormire, nient'altro. E dire che col sonno mettiamo fine al dolore del cuore e ai mille colpi che la natura della carne ha ereditato. È un epilogo da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare: ah Morire, dormire, sognare forse: c'è l'ostacolo, perché in quel sogno di morte il pensiero dei sogni che possono venire, quando ci saremo staccati dal tumulto della vita, ci rende esitanti. Altrimenti chi sopporterebbe le frustate e lo scherno del tempo, le ingiurie degli oppressori, le insolenze dei superbi, le ferite dell'Amore disprezzato?…"».

Deborah: «Ma quale Amore? Lei ha fatto un figlio non Io!… ed Io dovrei tacere e rispettare, nel totale silenzio una violenza gratuita a scapito anche del nascituro, che il mio futuro marito, di certo non desidera, non ha mai desiderato? (mettendosi le mani nei capelli, sempre come desse di matto). È terribile, viene al mondo un figlio senza padre! Ricomincia in Inglese: "To be or not to be?"».
Canta accompagnata dalla musica di Charles Aznavour (piangendo): «"E Io tra di voi, se non parlo sai, ho visto già tutto quanto!; e Io, tra di voi capisco che ormai, la fine di tutto è qui!"».
Accompagnamento a pianoforte.
Scompare, camminando a ritroso dalla quinta opposta. Sale il sipario, e Deborah sarà impiccata, cioè, raffigurata da un macabro manichino pendente dall'alto! Dalla stessa quinta, illuminato da un faro fortissimo, si affaccerà al pubblico, Giovanni, che recita il monologo di Bruto del Giulio Cesare, sempre di Shakespeare, declama a gran voce rivolto al pubblico: «"Romani, cittadini, gente del popolo, vengo a seppellire, non a lodare Deborah! Il male che si fa, vive dopo di noi: il bene è spesso sepolto con le ossa. E sia così per Deborah. Il nobile Paolo ha detto a Teresa che Deborah era una ambiziosa. Se era così, il suo era un grave difetto, e Deborah, l'ha scontato gravemente"».
Riprende dopo una breve pausa, per permettere alle comparse di dire frasi del tipo: «Si, è il Monologo del Giulio Cesare di Shakespeare!» oppure «ma ho capito bene? Sta citando ancora Shakespeare?».

Giovanni riprende il tono sommesso: «No, non era mia amica, eppure sapevo tutto di lei, ed è destino che dovessi, casualmente essere io, a conoscerne per primo la sorte. Sono sempre stato il confidente (scandisce la parola facendo lo spelling) CON-FI-DEN-TE, del Nobile Paolo, Deborah è stata leale e giusta con lui, sincera, ma Paolo dice ancora a Teresa che lei era solo una sciocca ambiziosa, e Paolo è un Uomo d'Onore. Ha lavorato sempre per nutrire i figli, ed a loro, morendo, vittima di un carnefice, ha destinato tutti i suoi beni, escluso il bene della casa che stava costruendo d'intesa con il suo futuro marito. Ma Paolo è un Uomo d'Onore, e ha detto a Teresa che non la conosceva, che l'aveva conosciuta per caso, in strada e che la mentecatta gli aveva chiesto di offrirle un caffè. È stata così ambiziosa da pretendere che un Uomo sposato le offrisse sigaretta e caffè: di più dura tempra dovrebbe essere fatta l'ambizione. Eppure Paolo è un Uomo d'Onore, la sua moglie è un Uomo d'Onore. Seppure non l'aveste amata, non avete ora una lacrima da versare sulla sua umana vicenda? Non parlo per smentire ciò che ha detto Paolo, in privato a sua moglie, ma a me, aveva detto altro, perché la Parrucchiera Deborah, era una anima bella, a cui il Nobile Paolo, non chiese mai di recidere la loro relazione, neanche quando le disse che Teresa aspettava un figlio, e quella, richiesta, che, sua sponte, il Nobile Paolo le aveva fatto, occhi negli occhi, dicendole di essere in sua presenza per "ragioni matrimoniali", era rimasta senza risposta, per cui il loro impegno matrimoniale era rimasto solo da dettagliare. Fidanzati in incognito col volere del cielo avevano vissuto per 6 anni la loro relazione, in armonia e pace, senza disturbare alcuno, nel piacere di un segreto intimo, da non violare mai. Allora, di che tempra dovrebbe essere fatta l'ambizione? Era rimasto ancora senza risposta, perché, quando Deborah, in incognito si era recata da lui, per ringraziarlo dei regali, e concedergli il desiderato si, aveva saputo che il Nobile Paolo, Nobile ed Assassino, aspettava un figlio da una moglie, di cui, le aveva detto semplicemente, di non badare. Se avete lacrime per piangere, versatele adesso».

Si ritira in silenzio, mentre parte la pizzica infernale, danzata da Deborah scalza e Teresa in abito da Amazzone. Deborah avrà in vita, sotto la eventuale casacca rosso-arancio, un corda, o un cilicio da monaco, o una semplice cintura molto lunga o in corda. Al termine della danza, rientrando dalla quinta di destra, "indossa la corda" e compie l'atto di impiccarsi, facendo in modo che la cosa sia visibile. Le Danzatrici, movendosi vorticosamente in questa pizzica funebre, o degna di una tanghèra, una pizzica d'amore, ma indemoniata, si incrociano, si sfiorano ma non si toccano. Paolo entra in scena, mentre l'Amazzone Teresa scocca la freccia, che, simbolicamente, colpisce il fantoccio sospeso, che viene lasciato cadere dall'alto, per terra, schiantandosi. L'arco la spinge a cadere all'indietro. Paolo si avvicina , mentre Teresa si rialza, anche se sarà quasi di spalle al pubblico. Entrambi guardano il cadavere, Teresa lo segna per terra con del gesso, Paolo, riconoscendo Deborah dalla chioma del fantoccio rosso, anch'essa leonina, si accascia a terra, svenuto. Teresa lancia un grido di vittoria ed esce di scena dalla solita quinta, ferocemente soddisfatta. Paolo giace ancora per poco per terra, soccorso da Giovanni che rientra in scena e gli dice, tetro: «È morta! È morta tra i suoi libri!»
Paolo, abbracciando teneramente il cadavere: «Amore, non ti lascio al buio, tu sei una stella che brilla ancora nella mia vita! Te lo giuro, ho amato solo Te, e nulla sarebbe cambiato tra di noi!»
Giovanni, che si era accovacciato precedentemente accanto al fantoccio si rialza e dice: «Bugiardo, Nobile Paolo, tu sei un Uomo d'Onore! E uscito da questa stanza amerai tua moglie, con tutto te stesso. Non puoi amare due donne, contemporaneamente, ricordalo, Nobile Paolo, (riprende le argomentazioni già esposte) noi proveniamo da una educazione verticale, in cui, Dio è il Padre, Padre Padrone, Signore della colpa; Dio è il Figlio maschio, l'Agnello Pasquale da punire, perché si è allontanato dai genitori. Dio è lo Spirito Santo. Dio non è la Donna. La Donna è: Il Peccato. La Trasgressione, La Redenzione, La Pietà e la Fede. La Fede è Fiducia Totale in ciò che non c'è, cioè Pura Pazzia».
La Pizzica riprende impazzita, le due attrici rientrano danzando freneticamente, riempiendo nuovamente la scena; Giovanni e Paolo si gelano impietriti nell'ultimo gesto che hanno fatto parlando. Devono risultare come manichini. I due Uomini restano fermi intorno al cadavere, attendono che la danza scemi fino ad arrestarsi, le due attrici, siedono per terra, in posizione del loto, verso il pubblico, quasi ai bordi del palco, senza per questo coprire la scena che si sta per svolgere. Giovanni ricomincia come sopra, con malcelato disprezzo verso l'amico (severo e pronto ad accusare): «Lo vedi, ora Nobile Paolo, perché non puoi amare entrambe al 100%? Vedi quali sono le conseguenze di quello che erroneamente tu chiami Amore? Se dici di donare a Deborah il 100% del Tuo bene, e dici di donare a Teresa il 100% del Tuo bene, o menti o non ami più Tua moglie, e la cosa è matematica, perché, altrimenti, il Tuo Amore, o quello che chiami tale, varrebbe il 200%, cosa esclusa per ipotesi; per cui è ovvio che confondi una infatuazione meramente sessuale, con l'amore con la A maiuscola, l'Amore dei poeti, che hai sempre nutrito per tua moglie. E queste ne sono le conseguenze. Tu hai ucciso Deborah! Hai lasciato che lei si impiccasse, senza fermarle la mano, ed eri il solo al mondo che potesse farlo!»

Raccoglie il fantoccio da terra, sollevandolo come fosse un Cristo morto, e, affacciandosi più vicino al pubblico, declama.
Giovanni, con trasporto: «"Amici, Romani, gente del popolo! Ascoltate! Vengo a seppellire, non a lodare Deborah. Soltanto ieri la sua parola poteva contrastare il mondo il suo riso dispiegarsi nel sole, e ora è qui, inerte, tra le mie braccia, e nemmeno il più vile (guarda Paolo di sbieco, indicandolo alla gente del pubblico, e suscitando il mormorio di disapprovazione delle comparse) gli rende onore. Sarà concessa a questa donna, suicida, una degna sepoltura, il conforto della Fede?"»
Entra l'Autore, a passi sommessi e silenziosi, col suo libro perennemente in mano e declama: «"Sparsa le trecce morbide, sull'affannoso petto, lenta le palme e rorida di morte il bianco aspetto, Giace la pia, col tremolo Sguardo cercando il Ciel... sgombra o Gentil, dall'ansia Mente i terrestri ardori; Leva all'eterno un candido Pensier d'offerta, e muori: Fuor della vita è il termine Del lungo tuo martir"».
Si accendono le luci, a mostrare il palco, ricomincia la musica de "La Vie en Rose", ed entrano mano nella mano, Gianni e Giovanna Nisi, portando, meglio nella mano della ragazza, una grande lampada da ufficio.
Ragazzi, spoetizzanti e cafoni, in coro, gridando: «Pressò! Possiamo andare un attimo al bagno?»
L'Autore, desolato chiude il libro, e lo pone sotto il braccio, terminando la lettura. I ragazzi affrontano Paolo puntandogli sul viso la lampada accesa. Mentre lo fanno, un faro diretto, investe Paolo, mentre le altre luci si spengono quasi del tutto.
Ragazzi, in coro: «Allora, Nobile Paolo, dov'eri, mentre la donna ti cercava? Dov'eri mentre la donna ti sognava? L'hai illusa, Nobile Paolo, ma tu, sei un Uomo d'Onore!»
Dalle comparse sale un forte mormorio di disapprovazione. L'interrogatorio riprende violento, mentre Paolo, accecato, finge di caracollare. La musica scema, perdendosi in sottofondo. Tutti gli attori ancora in scena rivolgono lo sguardo verso Paolo in atteggiamento da giudice, Giovanni siede per terra, in posizione del loto, rivolto verso il pubblico, con il fantoccio in grembo, sempre a ricordare la pietà di Michelangelo. I ragazzi adoperano metodi da Gestapo, mettendo in scena tutta la violenza dei bulli. Paolo atterrito cade all'indietro, ma il faro lo insegue e lo punta. Le luci si spengono.
I ragazzi, sempre all'unisono incalzano: «Bastardo hai mentito! Schifoso le hai illuse, sei un verme, bastardo!… ed ora che lei è morta, cosa ne vuoi fare di tutte le parole, le frottole che hai inventato? E ora che l'altra è felice di non avere più una rivale misconosciuta e pericolosa nella propria vita, cosa ne vuoi fare? E della creatura che è tua, sangue del tuo sangue, e che probabilmente vorresti ignorare, della creatura che legittimamente è nel grembo di tua moglie, che cosa ne vuoi fare?»

Paolo reagisce, dicendo, a mezza voce, ma non ancora del tutto bassa, facendo in modo che siano intellegibili le parole: «"Io so cosa vuol dire un Uomo senza una donna, credere in una, eppure non averla, passare anche anni, senza essere Uomo con la donna giusta, e allora prenderne una che non è la tua ed ecco avere, invece dell'amore, il suo deserto"».
Si infervora, gesticola commosso, poi continua: «"Questo tra i deserti è il più squallido, non di una vita che manca, ma di una vita che non è tale. Avevi sete, e tu puoi bere; l'acqua c'è. Avevi fame e puoi mangiare; il pane c'è"»
Sorride come inebetito, come colpito profondamente dal lutto, dalla perdita della sua donna, e recita: «"Mangio, ed è terra che mangio, non pane. Bevo ed è terra che bevo. L'Uomo ricorda la sua Sete. Perché ho avuto Pietà di me stesso? Sono in ginocchio"».
Nel dirlo si inginocchia davanti al pubblico, i ragazzi dirigono il faro, abilmente direzionato dall'addetto alle luci, sempre sul suo volto.
Paolo, diretto e sincero: «"Sono in ginocchio, non nell'amore, sono in ginocchio nel suo deserto"».
Si rialza, esegue un inchino da Pulcinella della Commedia dell'Arte, e si congeda dal pubblico, rientrando dalla solita quinta.

Nuovo appuntamento con "Voci" di Liliana Salerno martedì 23 novembre
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Rubrica a cura di Liliana Salerno

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