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La mia via di fuga

Viaggio nel mondo variopinto delle risposte personali alla pandemia

E sì! Credo proprio che la possa e debba definire così: la mia via di fuga.

Mi sono ritrovato, in questi primi 12 mesi di coercizione psico-affettiva e socioculturale, a discorrere con più di un amico e molti genitori e ho ricevuto le confidenze di molti sulle "vie di fuga" che ciascuno di loro, salvo rarissimi casi, si sono dovuti inventare per non soccombere a questo inferno salutistico mediatico. Perché se poi da un lato lo spirito di sopravvivenza nella donna e nell'uomo è comunque molto forte, pur tuttavia bisogna riconoscere che anche "la goccia d'acqua alla fine può spaccare la pietra".

All'inizio l'incredulità ha fatto pendant con la paura e le comunità attonite hanno seguito alla lettera le indicazioni dei capataz. Hanno subìto, in preda a un'orgia mediatica, le imposizioni capestro e le hanno seguite senza battere ciglio. Poi, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mentre l'orgia non mostrava cenni di cedimento, le stesse comunità hanno cominciato a riflettere e a dubitare di questi capataz, anche perché - e come dare loro torto - da un lato i portafogli si svuotavano, la pandemia continuava a fare il suo " lavoro".

«Ma dottore - mi disse un genitore nel mese di maggio scorso - qui dicono e dicono ma non si conclude proprio niente!»
E mentre i capataz, anche un po' tronfi, hanno continuato a dire «niet, niet, niet», le comunità hanno iniziato a sgomitare.

Il senso di soffocamento, questo sì pandemico, ha coinvolto tutti, grandi e piccoli, uomini e donne, nonne e nonni, vecchi e giovani, professionisti e commercianti,operai e contadini operatori sanitari e impiegati, negozianti e ristoratori: tutti! E allora le manifestazioni sono diventate le più variopinte: ce le ricordiamo tutti...

Una categoria che da sempre (e per fortuna) è di solito indifferente agli ordini "dittatoriali" è quella dei giovani. Proprio loro sono stati - e lo sono ancora - i più moralmente perseguitati. Un ragazzo, poco più che adolescente, mi disse in studio: «Ma secondo loro, noi cosa dovremmo fare? Chiuderci ai domiciliari nei prossimi anni? Lo abbiamo fatto nei primi mesi e non è servito a niente! Ora non possiamo farlo più!»
Non ho replicato.
«E lei, caro il mio dottore, cos'ha fatto e fa per noi? Non per curarci, perché non ha proprio niente, ma per non farci ammalare, perché ha meno di niente! E continua ancora a dispensare consigli e raccomandazioni...»

E allora, in questo clima di totale frustrazione, indecisione, paure, dubbi, ecco che ognuno di noi ha dovuto trovare una via di fuga che è servita e serve ancora oggi per sopravvivere!

Molti di noi si sono messi a tavola e hanno iniziato a mangiare come mai prima si sarebbero sognati. Molti altri si sono dati a correre come dannati: correre mattina e sera, senza una reale necessità, ma solo per sfogare la rabbia e i nervi. Molti hanno iniziato a parlare, a pontificare, a pensare ad alta voce, a dare spiegazioni impossibili. Molti altri ancora a scivolare nella compulsione di acquistare in internet di tutto e di più, basti vedere il moltiplicarsi dei furgoni delle agenzie di distribuzione a domicilio.
Molti a cercare nella trasgressione virtuale (la maggior parte), ma altri ancora nella trasgressione reale, la via della sopravvivenza. Ho raccolto confidenze di amici che hanno fatto e fanno ricorso alle bacheche di escort per non soffocare in un clima di terrore. Nessuno è rimasto fuori da questa condizione: questa, per me, è stata ed è tutt'ora la vera pandemia!

I più buoni hanno scoperto la lettura, alcuni la scrittura, alcuni l'ascetismo, le idee religiose, la frequentazione delle parrocchie e delle chiese.
Molti però, specie coloro i quali hanno provato il lutto, sono diventati intolleranti e anaffettivi. Un mondo variopinto di risposte e di vie di fuga al Covid.

«E lei, sì, dico lei, dottore pediatra, cosa si è inventato?»
Beh... Non avrei voluto rispondere a questa domanda e allora per coprire le personali "miserie umane" ho trovato la mia via di fuga: ho cambiato un'auto sportiva cabrio con una vecchia cabrio ancora più sportiva. Poi, vinto dalla sindrome ossessivo-compulsiva, ho rintracciato il Moto Morini Corsaro 125 e dopo averlo acquistato ora lo sto facendo ristrutturare!
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Rubrica di pediatria a cura del dottor Antonio Marzano - pediatra di famiglia

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