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"Le donne sono uguali agli uomini"

Un'amara riflessione sulla recrudescenza dei femminicidi e la percezione della certezza della pena

"Le donne sono uguali agli uomini".
Mi si è stampata questa frase nel cervello e da circa quindici giorni è fissa qui e non riesco né a metabolizzarla, né a rimuoverla e neanche farmene una ragione.

Ho avuto un incontro telefonico per qualche settimana con una giovane donna: insomma, non giovanissima, ma ciò che è risultato diverso rispetto alle decine e decine di incontri telefonici con le giovani donne è che in quest'occasione la comunicazione si è svolta tra uomo e donna anziché tra pediatra e mamma. La differenza è veramente abissale e mi sono ritrovato, in questa circostanza, del tutto impreparato. Oserei scrivere in un affanno quasi doloroso: è veramente terribile l'umiliazione che si possa provare e che ho provato personalmente quando ho cercato di sostenere una tesi certo del mio "ruolo", della mia "età", della mia "conoscenza" e della mia "esperienza" per accorgermi subito dopo che queste prerogative possono essere valide e sufficienti nella comunicazione pediatra-madre e non certamente nella comunicazione uomo-donna. E per fortuna che il buon senso mi ha guidato nel riconoscere la totale impreparazione e mi sono ritirato in buon ordine con le pive nel sacco.

Ed è dopo questa articolata premessa che scivolo in punta di piedi - e con passo malfermo - nello spigoloso, doloroso, tragico argomento del "femminicidio".
È stato questo il "dire" e "non dire" che mi ha fatto comprendere quanto fossi lontano non tanto dal problema, non solo dall'intenderlo, quanto dall'approccio di profonda sensibilità con cui si porge una donna rispetto a quello di un uomo.

La mia interlocutrice non ha avuto bisogno di molte parole né di discorsi contorti o elucubrazioni filosofico-sociali. No. Io ho provato, scivolando sugli specchi, prima a tentare di dare una sorta di inconsistente "spiegazione" a questo ripetersi di terribili delitti e poi a dare una risoluzione al triste fenomeno di efferati omicidi.

La "spiegazione" sta nella figura maschile caduta, rovinosamente, in un recesso inbutiforme buio e soffocante ormai da molti anni. Un recesso dal quale l'uomo non è in grado di venire fuori non certo col comportamento, col sacrificio, con la rinuncia, con l'esempio, con la forza della volontà. No: ho purtroppo l'impressione che l'unico modo che conosca sia quello della prepotenza, della sopraffazione, della violenza, tanto esecrabile che a volte può sfociare nel delitto.
Delitto che è sempre violento e molto spesso frutto di rabbia bestiale incontrollabile.

Il "buonismo italico" e la "civiltà del diritto" concedono quasi sempre agli omicidi, dopo alcuni anni di detenzione riabilitativa, una seconda e magari una terza possibilità. A questo punto l'interlocutrice, intuite le mie riserve affettivo-sociali rispetto a queste decisioni (comunque inappellabili) ha affermato: «Le donne sono uguali agli uomini».

Detto così, in quel contesto, mi ha disarmato e ho perso quell'esigua, traballante e modestissima certezza che avevo, lasciandomi in un dedalo di incertezze.
La sua affermazione - senza possibilità di replica - mi ha aperto una porta su uno sterminato territorio, nel quale saremmo in tanti a ritrovarci, ciascuno con le proprie idee, con le sfumature dei pensieri e le presunte giustificazioni del comportamento umano. Ognuno pronto a rivendicare la civiltà della comprensione e della riabilitazione. Eppure ho continuato a riflettere su questo imprimatur non solo verbale ma scritto, che conservo molto gelosamente, e alla fine ho provato a darmi una risposta perché ne avevo bisogno per ritornare a stare bene con me stesso: «Le donne sono uguali agli uomini. Scriva su di questo!»

Certo, credo proprio che avesse ragione, ma a cosa si riferiva la "Sibilla" biscegliese?
«Le donne sono uguali agli uomini». Amano, soffrono, gioiscono, sognano, lavorano come gli uomini... Ma non era a questo che alludeva... No.

E allora ho fatto mia questa sua affermazione, anche se per me le donne non sono uguali agli uomini e ho trovato una possibile spiegazione in una visione diametralmente opposta a quella italica: negli Stati Uniti (patria della libertà) e non in Italia (patria del libertinaggio) in caso di femminicidio, una volta trovate le prove certe che la responsabilità è documentata senza nessuna possibilità di errore, senza dubbi ma con prove scientifiche e documentali certissime, viene comminata una pena esemplare senza possibilità di condizionale. Molto spesso il carnefice finisce per trascorrere tutto il resto della sua vita in galera e se il delitto è particolarmente efferato in alcuni stati si arriva a comminare la pena capitale. Negli Stati Uniti, la "culla della libertà e dei diritti civili"!
Potrebbe essere questa una lettura della frase della "Sibilla" biscegliese e potrebbe essere questo un deterrente ai femminicidi e agli omicidi in generale? Non tocca certo a me stabilirlo.
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Rubrica di pediatria a cura del dottor Antonio Marzano - pediatra di famiglia

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