
Cronaca
Il caso di Mino Racanati a "Chi l'ha visto?": la famiglia non lo vuole abbandonare
La moglie Vanessa e il fratello Alessandro hanno ricostruito l'intera vicenda in un servizio del programma in onda su Rai 3
Italia - giovedì 4 giugno 2026
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Due mesi senza Mino Racanati, il 53enne biscegliese disperso nel fiume Trigno dal 2 aprile scorso per il crollo del ponte che stava attraversando per raggiungere la città di Ortona. Una vicenda straziante che ha distrutto un'intera famiglia di pescatori, come lui, che non poteva immaginarsi una fine così drammatica sulla strada. Alcuni familiari sono tornati in Molise per ricostruire l'intera vicenda ai microfoni di "Chi l'ha visto?", programma condotto da Federica Sciarelli e in onda su Rai 3, che si è interessato al caso.
Vanessa, la moglie di Mino, ha spiegato: «Erano precisamente le 9 meno 2 minuti quando mio marito mi ha mandato l'ultimo video della strada che stava percorrendo. Dopo le 9 non ho più avuto sue notizie: gli ho inviato un audio per sapere se fosse arrivato in capitaneria a Ortona, ma non è mai arrivata la doppia spunta per la consegna del messaggio. Lì ho capito che era successa qualcosa, eravamo sempre in contatto ed erano due ore che non lo sentivo. Ho un'applicazione dove seguivo il percorso che faceva mio marito. Non avendo nessuna risposta per telefono, sono andata a guardare per vedere dove era arrivato. Quando l'ho aperta, ho visto la sua ultima posizione che era ferma sul ponte. Mentre cercavo sui social, ho appreso della caduta del ponte Trigno e ho ricollegato tutti i fatti. Ho pensato già al peggio». Nel pomeriggio di quell'indimenticabile 2 aprile è stata la figlia maggiore Angelica a condividere un appello pubblico sui social: da lì a poche ore, Mino è stato dichiarato disperso a tutti gli effetti.
Il fratello Alessandro è stato il primo a precipitarsi nel più breve tempo possibile sul luogo: «Quel giorno era un tempo di burrasca, ma in quei momenti la capitaneria e i vigili del fuoco hanno dato se stessi, il massimo». Mino, operatore marittimo, lavorava nei pressi di Ortona ogni settimana ed era solito percorrere la statale 16 Adriatica o strade alternative. «Mio fratello ha lavorato una vita con me, si era stancato di essere dipendente e si voleva mettere in proprio. Gli bastava guadagnarsi la sua giornatina, non essere comandato da nessuno. Voleva essere libero, decidere lui quando uscire e rientrare. Aveva acquistato una barchetta di 6 metri su cui poteva lavorare da solo» ha affermato, sottolineando come si era messo a bordo della sua Fiat Bravo color champagne per consegnare degli importanti documenti.
Della storia, non si è ancora aperto del tutto il capitolo se la strada fosse realmente chiusa (come dichiarato in una nota da Anas) o meno: «Ci sono passati anche altri miei compaesani che scendevano da Vasto, mezz'ora prima della caduta di mio fratello. C'erano dei new jersey alla rotonda di Petacciato a salire da nord, ma a scendere a sud era libera. Poi c'era una strada alternativa sopra Petacciato che era libera e abbiamo percorso noi il giorno dopo per venire qui» ha rivelato Alessandro. La famiglia ha fatto ascoltare anche la testimonianza di Pasquale, un amico, che era passato in quel punto fatale un quarto d'ora prima: «La strada era metà chiusa e metà aperta. Abbiamo visto passare le macchine, un tir con la cisterna sopra addirittura».
L'appello della sorella Marisa: «Oggi ci sono tanti mezzi speciali per le ricerche, vorrei sapere perché non sono utilizzati. Ci chiediamo perché almeno l'auto non sia stata trovata». Secondo le ricostruzioni, un'auto percorreva in quegli istanti il ponte davanti alla Fiat di Mino ed è riuscita a mettersi in salvo per questione di secondi. La richiesta pubblica di Vanessa: «Magari loro ci contattano per farci sapere qualcosa. Sono stati gli ultimi a vedere la macchina di mio marito».
L'ultimo grido della famiglia Racanati: «Vogliamo più uomini e mezzi per la ricerca, così come velocizzare un po' le cose perché sono passati due mesi. Noi vogliamo Mino a casa, le figlie lo vogliono. Questa storia non deve essere dimenticata e chiusa in questo modo».
Vanessa, la moglie di Mino, ha spiegato: «Erano precisamente le 9 meno 2 minuti quando mio marito mi ha mandato l'ultimo video della strada che stava percorrendo. Dopo le 9 non ho più avuto sue notizie: gli ho inviato un audio per sapere se fosse arrivato in capitaneria a Ortona, ma non è mai arrivata la doppia spunta per la consegna del messaggio. Lì ho capito che era successa qualcosa, eravamo sempre in contatto ed erano due ore che non lo sentivo. Ho un'applicazione dove seguivo il percorso che faceva mio marito. Non avendo nessuna risposta per telefono, sono andata a guardare per vedere dove era arrivato. Quando l'ho aperta, ho visto la sua ultima posizione che era ferma sul ponte. Mentre cercavo sui social, ho appreso della caduta del ponte Trigno e ho ricollegato tutti i fatti. Ho pensato già al peggio». Nel pomeriggio di quell'indimenticabile 2 aprile è stata la figlia maggiore Angelica a condividere un appello pubblico sui social: da lì a poche ore, Mino è stato dichiarato disperso a tutti gli effetti.
Il fratello Alessandro è stato il primo a precipitarsi nel più breve tempo possibile sul luogo: «Quel giorno era un tempo di burrasca, ma in quei momenti la capitaneria e i vigili del fuoco hanno dato se stessi, il massimo». Mino, operatore marittimo, lavorava nei pressi di Ortona ogni settimana ed era solito percorrere la statale 16 Adriatica o strade alternative. «Mio fratello ha lavorato una vita con me, si era stancato di essere dipendente e si voleva mettere in proprio. Gli bastava guadagnarsi la sua giornatina, non essere comandato da nessuno. Voleva essere libero, decidere lui quando uscire e rientrare. Aveva acquistato una barchetta di 6 metri su cui poteva lavorare da solo» ha affermato, sottolineando come si era messo a bordo della sua Fiat Bravo color champagne per consegnare degli importanti documenti.
Della storia, non si è ancora aperto del tutto il capitolo se la strada fosse realmente chiusa (come dichiarato in una nota da Anas) o meno: «Ci sono passati anche altri miei compaesani che scendevano da Vasto, mezz'ora prima della caduta di mio fratello. C'erano dei new jersey alla rotonda di Petacciato a salire da nord, ma a scendere a sud era libera. Poi c'era una strada alternativa sopra Petacciato che era libera e abbiamo percorso noi il giorno dopo per venire qui» ha rivelato Alessandro. La famiglia ha fatto ascoltare anche la testimonianza di Pasquale, un amico, che era passato in quel punto fatale un quarto d'ora prima: «La strada era metà chiusa e metà aperta. Abbiamo visto passare le macchine, un tir con la cisterna sopra addirittura».
L'appello della sorella Marisa: «Oggi ci sono tanti mezzi speciali per le ricerche, vorrei sapere perché non sono utilizzati. Ci chiediamo perché almeno l'auto non sia stata trovata». Secondo le ricostruzioni, un'auto percorreva in quegli istanti il ponte davanti alla Fiat di Mino ed è riuscita a mettersi in salvo per questione di secondi. La richiesta pubblica di Vanessa: «Magari loro ci contattano per farci sapere qualcosa. Sono stati gli ultimi a vedere la macchina di mio marito».
L'ultimo grido della famiglia Racanati: «Vogliamo più uomini e mezzi per la ricerca, così come velocizzare un po' le cose perché sono passati due mesi. Noi vogliamo Mino a casa, le figlie lo vogliono. Questa storia non deve essere dimenticata e chiusa in questo modo».


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