Il premier ungherese Viktor Orbàn
Il premier ungherese Viktor Orbàn
Il caffè del filosofo

Il razzismo clandestino

La nuova rubrica di PoliSofia

Oggi in Europa è vietato dire la verità. (…) È vietato dire che le masse che arrivano da altre civiltà mettono in pericolo il nostro modo di vivere, la nostra cultura, i nostri costumi e le nostre tradizioni cristiane.
È vietato far notare che coloro che sono arrivati hanno già costruito un nuovo mondo a parte, per sé stessi, con proprie leggi ed ideali, che sta forzando la struttura millenaria dell'Europa.
È vietato sottolineare che il fine di sistemare persone qui è quello di rimodellare il panorama religioso e culturale dell'Europa e di riprogettarne le fondamenta etniche eliminando così l'ultima barriera dell'internazionalismo: gli Stati-Nazione. (…) I principi di vita sui quali l'Europa è stata costruita, sono in grave pericolo. L'Europa è la comunità delle nazioni Cristiane, libere e indipendenti; parità tra uomini e donne; concorrenza leale e solidarietà; orgoglio ed umiltà; giustizia e misericordia. La migrazione di massa è una lenta corrente d'acqua che erode le coste ininterrottamente. Si nasconde dietro una maschera umanitaria ma, la sua vera natura è l'occupazione del territorio.


Così il primo ministro Viktor Orbàn parla agli ungheresi. Il discorso risale al 15 marzo del 2016. Oggi, nel 2019 le cose non sono tanto cambiate: basta leggere il discorso di inizio anno di Orbàn alla nazione magiara.

Questo è solo un esempio di un tipico discorso da destra "politically correct". Utilizzo questo termine, "politically correct", perché in effetti, prendendo ad esempio proprio il discorso sopracitato, non si riscontrano insulti gratuiti o razzisti verso gli immigrati; non c'è alcun tipo di rimando ad un'ipotetica gerarchia umana in cui gli immigrati sono all'ultimo gradino; e, a parte un poco velato senso di complottismo internazionale contro la patria Ungheria, non ci sono parole che esprimono superiorità della propria "razza" a discapito di una massa di immigrati che appartengono ad una presunta "razza inferiore". Non troviamo nulla di tutto ciò.

Nonostante questo, ascoltando queste parole che inneggiano al patriottismo, ci viene da storcere il naso: avvertiamo un senso di chiusura e rifiuto. Se Pierre-André Taguieff, filosofo francese contemporaneo, leggesse questo discorso, lo definirebbe un perfetto esempio di "razzismo differenzialista" o anche "razzismo clandestino" o, ancora meglio, un "razzismo senza razza".

Che cosa è il razzismo differenzialista? Per discostarsi dal razzismo classico, quello nazifascista per intenderci, ormai condannato dall'umanità intera, le nuove destre postmoderne, con l'obiettivo di fermare l'immigrazione e di chiudersi davanti alla modernità e al cambiamento, si sono appropriate dei classici argomenti dell'antirazzismo sulle differenze tra i popoli e li hanno espropriati dei loro nobili intenti, disegnando un quadro dell'umanità fatto di tanti popoli-isole, ognuno con una propria cultura, ma tra loro incomunicanti a causa dell'irriducibile differenza delle varie civiltà. Salvaguardare l'identità bioculturale di ciascun popolo è essenziale: è per questo che le migrazioni sono un pericolo urgente in un mondo che va verso una sempre più pervasiva globalizzazione.

Scrive l'antropologo italiano Ugo Fabietti a riguardo:
se il razzismo classico proponeva una visione dell'umanità "a comparti" gerarchizzati chiamati razze, (…) il razzismo attuale de-biologizzato si alimenta piuttosto di un relativismo culturale estremo e fa delle culture umane degli universi assolutamente distinti e in comunicanti.


- U. Fabietti, L'identità etnica; storia e critica di un concetto equivoco, Carrocci editore 2018

Il razzismo differenzialista compie il grande errore di dimenticare tutta la decostruzione del concetto di "etnia" dell'ultima metà del secolo scorso; decostruzione che abbraccia anche il concetto di "cultura" e soprattutto quella di "razza". Le destre occidentali dimenticano che i popoli tra loro hanno sempre comunicato, per motivi economici e non, e non solo hanno comunicato: si sono scambiati cibi, tradizioni, modi di vedere e di fare. Insomma, se nella costruzione dell'identità, hegelianamente parlando, è necessaria la contrapposizione e la sintesi con l'Altro da me, ciò vale anche per la costruzione dell'identità etnica. A tale proposito è utile, ma anche divertente, leggere questa iconica parte del trattato "Studio dell'uomo" che l'antropologo Ralph Linton pubblicò nel 1936:

Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell'India; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell'Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. (…) Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani. (…) Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero, (…) estratto in India per la prima volta. (…) Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all'estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano…


La nuova retorica di destra ha trovato un furbo stratagemma per raggirare l'antirazzismo, uno stratagemma tutto concettuale. Se però scendiamo in strada, l'italiano medio (mi si passi il termine antropologicamente e filosoficamente inadeguato, anche se rende bene l'idea) soffre ancora del vuoto e mediocre "non sono razzista, ma…". Questa banalissima ma tristemente diffusa espressione è generalmente l'incipit di un discorso che vede gli immigrati come bersaglio di ogni male italiano e non, secondi solo all'Europa, al complotto ebraico mondiale e ai cosiddetti "poteri forti" che ci controllano come fossimo nel distopico 1984 di Orwell.

Alcune frange estremiste italiane, infatti, costruiscono la loro propaganda proprio su questo: fare leva su uno dei problemi italiani (l'immigrazione), ingigantirlo (sembra che tutta l'Africa si sia trasferita in Italia) e tralasciare invece quelle che dovrebbero essere le vere battaglie di un "governo del cambiamento": corruzione, malasanità, mafia, povertà, disoccupazione, divario economico tra nord e sud, mancanza di fondi per l'istruzione e analfabetismo. Il "Decreto Sicurezza", ultimamente approvato, è solo uno degli esempi di questo malato modo di fare: d'ora in poi il vero cittadino italiano sarà difeso dalla legge contro l'invasore straniero, mentre il sistema scolastico e quello sanitario fanno acqua da tutte le parti e nessuno fa nulla per cambiare le cose.

Soffermiamoci, infine, su un altro aspetto del discorso citato all'inizio dell'articolo. Orbàn (e come lui molti altri politici europei di destra) parla di "migrazione". È un termine importante da utilizzare, per cui bisognerebbe problematizzare la questione. C'è una bella differenza tra "migrazione" e "immigrazione". Spesso vengono utilizzati indifferentemente, scambiati come sinonimi, ma rappresentano conetti diversi.
Ci troviamo di fronte ad un'"immigrazione" quando un numero relativamente ristretto di individui (un numero statisticamente irrilevante rispetto al numero di individui del paese d'origine) lasciano il loro paese per giungere in un altro. Le immigrazioni sono controllabili politicamente.
Se invece parliamo di "migrazione" ci riferiamo allo spostamento di un intero popolo da un territorio ad un altro, e queste non sono affatto controllabili.

Possiamo riscontrare da soli il fenomeno che avviene oggi e continuerà a verificarsi è un'immigrazione; gli uomini si spostano da sempre, i popoli sono in contatto da sempre: è grazie ad una migrazione infatti che l'uomo primitivo si spostò dall'Africa orientale, all'Africa occidentale, all'Europa e poi in tutto il mondo, ricoprendo l'intero globo terrestre, e solo dopo sono nati i singoli popoli con le differenze somatiche che oggi vediamo, derivanti dal naturale adattamento del nostro corpo all'ambiente circostante. Senza andare troppo lontano, qui in Italia, dalla crisi del 2007 in poi si parlerà di "fuga di cervelli" per indicare quei giovani laureati che lasciano il nostro paese per cercare un lavoro confacente ai loro importanti studi. Quindi questo fenomeno non ci è estraneo.

«Educare alla tolleranza gli adulti che si sparano addosso per ragioni etniche e religiose è tempo perso. Troppo tardi. Dunque, l'intolleranza selvaggia si batte alle radici, attraverso una educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, prima che sia scritta in un libro, e prima che diventi crosta comportamentale troppo spessa e dura»


- U. Eco, "Migrazioni e intolleranza", La nave di Teseo editore, 2019

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