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Tornerò a trovarti presto

Rubrica a cura del dottor Antonio Marzano - Ex pediatra di famiglia

Non riuscii a sostenere il suo sguardo commosso e supplichevole e mi allontanai con il capo chino. Sapevo bene, già in quel momento, che sarebbe stato molto difficile mantenere quella promessa. Percorsi velocemente i metri che mi separavano dall'ingresso e precipitosamente, con la mano destra arpionata alla ringhiera, fui in strada e mi sentii libero.

Libero... ma dopo qualche minuto e prima che avessi raggiunto l'auto, quella frase espressa in precedenza, ritornò prepotentemente in testa e iniziò a martellarmela: "Tornerò a trovarti presto!" Mia madre era sempre lì, da molti mesi, seduta in salotto, con lo sguardo rivolto verso lo schermo della televisione. Lui poteva essere acceso o spento, poteva trasmettere musica o balli, discorsi o filmati, per lei non faceva differenza. I suoi occhi erano fermi, inespressivi, vuoti. Ma non era stato sempre così. Durante i lunghi anni 80 quando trafelato, stanco ed affamato tornavo intorno alle 14 dalla Clinica Pediatrica, entrato in casa e lavate le mani, mi fiondavo in soggiorno dove mi urlava di stare zitto, di non spostare le sedie, di non cambiare canale... perché lei stava vedendo... il Tenente Colombo.

Mi indicava con un gesto della mano il piatto coperto da un secondo piatto ed io sapevo molto bene ciò che lei mi aveva riservato: i maccheroni alla Mauro De Cillis erano una vera specialità, cotti e conditi intorno alle 13. Mi venivano amorevolmente custoditi fino alle 14. Nel frattempo si erano trasformati in un blocco unico, duro e adeso e naturalmente freddo che sollevavo dal piatto fondo dopo averlo infilzato con una forchetta di acciaio resistente e iniziavo a tagliare il tutto con una cesoia d'acciaio, prima di affidare il tutto alla masticazione dei miei 25 anni. Era mia madre!

Negli anni 70 seguendo la moda dei 75 giri, riuscii a strappare da mio padre, ma in questo devo dire, lui non si è mostrato mai mentalmente chiuso, tutt'altro, l'acquisto di uno stereo Grunding. In quella occasione come in numerose altre occasioni in cui c'era da acquistare un elettrodomestico, mi recai dalla Teletecnica, unica e sola concessionaria della modernità tecnologica dell'epoca e armato di questo grosso e pesante apparecchio, munito di grossi altoparlanti, caricato il tutto in una grossa busta, tornai a casa.

Mia madre ne fu felice ma io tapino non capii subito il motivo di tanta felicità.

lo capii dopo poche settimane durante le quali furono furtivamente nascosti i dischi di Lucio Battisti, Claudio Baglioni e Fauso Papetti ecc... e fu messa sullo stereo una pila di 75 giri di Julio Iglesias, che dalla mattina alla sera cantava a squarciagola come un posseduto e guai a farlo zittire... mia madre iniziava a gridare... e fu allora che dovetti fare armi e bagagli e trasferirmi... alla casa di campagna di via Molfetta! Anche perché in casa di famiglia in centro, la mia camera si affacciava sul lungo balcone in via Paternostro. Anche negli anni 70 questo piccolo e stretto tratto di strada che collega via XXIV Maggio con via Sabino Logoluso era molto vissuta.

Vissuta.. insomma era un vero inferno di rumori... tra mio padre che aveva lo studio giù, Tommaso e Mimì Galdino con le motorette sempre accese e a smarmittare, il negozio dei fratelli Ambrosino che sparava la musica mattina e sera per richiamare donne in cerca di corredo e con la Fiera del Bianco periodo in cui gli altoparlanti ambrosiniani si surriscaldavano fino ad incendiarsi per lo strombazzamento delle trapananti voci di invito ad acquistare montagne di lenzuola, ascigamani mutande cannottiere e biancheria intima... e dulcis in fundo il nostro caro amico Giuseppe Giannone il quale tra i canti d'opera da tenore del mattino e i camion che scaricavano enormi sacchi pieni di ovoidi di carbone, era un bel dire... concentrarsi sui libri.

Allora non mi restava che chiudere la persiana, chiudere la finestra, chiudere la porta della camera, accendere la lampadina del lume sulla scrivania e provare a studiare... provare... perché mia madre che percorreva non meno di mille volte al giorno il corridoio che univa la camera da letto dei miei genitori, con il soggiorno cucina, che invece si affacciavano in via XXIV Maggio, vedendo la luce accesa in camera mia, apriva la porta, si lanciava sulla finestra la apriva, spalancava le persiane e sbattendole al muro esterno gridava: «Tonio dobbiamo stare tanti anni al buio.. adesso fai entrare in camera... la Luce di Dio!»

Si girava sui tacchi, si chiudeva la porta alle spalle, e sì mi lasciava con la Luce di Dio, ma anche con il precipizio dei rumori degli uomini... Ma uno dei momenti più difficili per noi tutti, scoppiò nel gennaio del 1976. Come poi dopo tanti anni il mio amico infermiere Fabio Cioce, mi ha riportato la bella espressione biscegliese: "la cop s n va'p count si", raggiungevo mia madre alla scuola Cesare Battisti e la pregavo di stare con me.

La mia testa se ne andava propio per conto suo e mia madre provava, con la sua amorevole presenza a riprenderla e rimetternela a posto... e non una volta. Facevamo lunghe passeggiate a piedi in villa o percorsi in auto senza meta ed io parlavo o meglio cercavo di parlare e lei mi ascoltava paziente ed amorevole, come solo una madre sa e può fare. Ora che è trascorso tanto tempo mi vergogno del dolore che le ho provocato. Ed il suo era un dolore interno, muto, così profondo che nessuna espressione riusciva a lenire.

Lo abbiamo vissuto insieme e di certo avrà contribuito al suo disagio, alla sua depressione, che puntualmente si era già presentata, ma che riaffiorò come un cobra avvolgendola e soffocandola giorno dopo giorno. Mio padre ebbe in quella circostanza un comportamento che ora e solo ora posso con certezza affermare fu di assoluta forza e di enorme sprone: una volta e solo una volta vedendo suo figlio sul punto di una devastante sconfitta, mi prese da parte e mi disse con tono fermo, duro e risoluto: «Tonio devi studiare».

«Io non ho una azienda da lasciarti... se tu non ti laurei in Medicina solo una cosa potrai fare.. andare a Bitetto dal nonno... lì c'è la zappa che ti aspetta!»
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