Casa Divina Provvidenza
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Cultura

La città nella città: su folli, biblioteche, integrazioni e Casa Divina Provvidenza

Si è discusso di problemi della psichiatria ma anche di digitalizzazione degli archivi, prospettive e speranze

Il pretesto per l'incontro l'ha fornito una lieta notizia: la conferma del fatto che Bisceglie ha vinto il bando regionale per la creazione di una community library, una 'biblioteca di comunità'.
Diffusa, accogliente, in rete con archivi (da iniziare a digitalizzare) e biblioteche private, la biblioteca di comunità è un salotto, un centro di cultura, un ponte tra associazioni e realtà educative, in cui spiragli di futuro si aprono nella contaminazione tra mondi culturali, sociali, professionali, economici.
Il progetto di Bisceglie, realizzato con la collaborazione del Presidio del libro locale, prevede oltre alla ristrutturazione di Santa Croce, al recupero di Villa Angelica e all'aumento delle dotazioni della biblioteca, anche la digitalizzazione dell'archivio dell'ex Casa Divina Provvidenza.
Così il convegno – titolato La Città nella città e pensato per diffondere la notizia ai cittadini, ha avuto luogo nell'auditorium dell'Opera don Uva, ex Casa Divina Provvidenza.
E di Casa Divina Provvidenza, nel passato e nel presente, di follie ed ex manicomi, si è parlato in tanti modi nel corso dell'iniziativa di domenica 4 dicembre.
In termini di prezioso patrimonio archivistico e documentario da salvare, ne ha parlato Assunta De Sanctis, ricercatrice del Presidio del Libro di Bisceglie, già nel 2017 promotore di una mostra fotografica sull'ex manicomio di Bisceglie. Volevamo che la comunità locale tornasse a fare propria questa storia straordinaria, di qui l'idea di inserire nel fondo archivistico digitale che farà capo alla biblioteca comunale documenti, fotografie e tutte le testimonianze orali che riusciremo a consegnare ai posteri.
Carlo Bruni, direttore artistico del Teatro Garibaldi, ha parlato di ex Cdp in termini di affetto verso un luogo che ha significato tante cose per la città: cura, fede, sofferenza, speranza, lavoro, casa. «Fare teatro poi significa considerare l'essere folle come una qualità, consci che l'arte evoca una dimensione patologica che viene incanalata e trova sfogo. Per questo l'iniziativa è stata inserita nell'extraprogramma della stagione teatrale del Sistema Garibaldi, per fare in modo che questo posto non sia più una Città nella Città ma una Città con la città, aperto, interattivo, inclusivo».
Legato alla figura illuminata di don Pasquale Uva - «un altro uomo meravigliosamente folle» - ha spiegato, è stata la testimonianza di don Giovanni Ricchiuti, Vescovo di Gravina – Altamura e presidente nazionale Pax Christi, che proprio in onore degli insegnamenti di don Pasquale volle farsi ordinare sacerdote a 50 anni esatti dalla sua scomparsa nella chiesa della Casa Divina Provvidenza.

«Parroco di grande intelligenza pastorale, visionario ma realista, ossimoro vivente di una fiducia nella Provvidenza che non è cieca di fronte alla necessità di sporcarsi le mani, per tutti un padre, don Pasquale aveva anticipato di oltre cinquant'anni tante cose: aveva inventato una scuola per catechisti e soli 24 anni aveva già deciso di fondare un Cottolengo del Sud condotto da una doppia congregazione di religiosi e in grado di dare assistenza agli ammalati. Avrebbe creato un impero guidato solo da folle d'amore per la Chiesa, il Signore e i bisognosi».
Preziosa la testimonianza di Uliano Lucas, fotoreporter che da cinquant'anni gira l'Italia per documentare quello che accade negli istituti di cura psichiatrici. «Negli anni '60 – ha raccontato - i giornali progressisti aprivano gli occhi all'opinione pubblica sullo scandalo di oltre 100000 italiani internali in luoghi di cura costruiti come fabbriche. Quelle persone erano numeri, vivevano imbottiti di farmaci e privi di ogni diritto. L'unica aria che respiravano era quella dei viali delle case di cura, cosparsi delle loro feci. Tutto puzzava di malattia». Lucas ha testimoniato le rivoluzioni di Parma e Trieste e il grande lavoro di Basaglia, l'avvento delle umane case alloggio in tutta Italia e l'esperienza di quel bar – Il posto delle fragole – in cui infermieri e pazienti lavoravano facendo fatturati da capogiro, tra party, battaglie intellettuali e tanta integrazione. «Ora dove sono questi posti? Dove sono le tante cooperative di lavoro che facevano bella l'Italia? Resta il volontariato, che è ancora in gran fermento? Ma gli anni '90 sono finiti. E non tornano».

A chiarire meglio lo stato dell'arte delle cure psichiatriche in Italia e in particolar modo in Puglia, il dottor Giuseppe Palomba, in rappresentanza del gruppo Psichiatria Democratica Puglia e Rompi il Silenzio.
«Non ci sono più parole per definire quello che accade. Il dissesto della salute mentale sul territorio è graduale e programmato. Allo psichiatra postbasaliano, che è abituato a lavorare ascoltando, studiando il contesto in cui si verifica una patologia e fare tutto questo con una equipe, si chiede di rinunciare a tutto. Con una legge che oggi impone di pagare non per le ore di servizio prestato ma per le diagnosi compilate. Così facendo si va verso una psichiatrizzazione forzata della società, si obbliga la scienza ad una involuzione culturale. Lo psichiatra oggi è quello che firma certificati, prescrive farmaci e nel migliore dei casi cure psicologiche, che fa un'azione di controllo e di contenimento dei problemi di ordine sociale. Non è questione solo di carenza di infermieri e di equipe inesistenti, di psicologi eliminati dagli istituti di cura. È una consapevole manicomializzazione del territorio, tanto più rischiosa quanto più la povertà, le difficoltà socio – economiche e la disoccupazione creano marginalità e profonda solitudine nei cittadini».

La situazione, per gli psichiatri pugliesi, non è però irreversibile: «La soluzione c'è. Basta guardarsi indietro di vent'anni e tornare a rendere protagonisti i malati, creare gruppi auto aiuto e cooperative di lavoro di utenti. Torniamo fare dei servizi di salute mentale dei luoghi fruibili e accoglienti in cui guarire».
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