Fiori bianchi. <span>Foto Luca Ferrante</span>
Fiori bianchi. Foto Luca Ferrante
Le parole di Sherazade

Figlia dei fiori

Rubrica a cura di Liliana Salerno

Continuano gli appuntamenti del martedì con la rubrica "Le parole di Sherazade" di Liliana Salerno. Un'altra favola di cronaca da non perdere, che consigliamo di leggere a un pubblico maggiore di 12 anni.
È la storia molto particolare di una lavatrice femminista, fiera di sé, soddisfatta di essere competitiva e robusta...
a cura di Luca Ferrante

C'era una volta… una lavatrice!... e che meraviglia è che fosse anche decisamente femminista?
...Con tutto quel da fare, a ogni carico, con quella roba!: ammollo, colorate!, più giri di centrifuga, meno giri!... costretta a decidere sempre da sola e a consegnare il bucato sempre perfetto…
Aveva imparato sin da piccola a cavarsela senza contare su nessuno, a differenza degli altri elettrodomestici che frignavano qua e là…
Lei era sempre stata autonoma, autosufficiente e, volontà della vita!, anche single.
Non che le dispiacesse, forse non ci pensava: lavorava troppo, e, a sera, era così stanca da non potersi permettere il lusso della malinconia!
La sua vita si svolgeva in lavanderia, tra lo stenditoio scorbutico e la cesta sempre esigente della roba da lavare, ed a lei, a dire il vero, in fondo era sempre andata bene così.
La sua padrona ne era contenta ma non la risparmiava per niente, perché gestire il bucato di cinque persone richiede impegno, forza fisica ed attenzione.
E la nostra femminista era fiera di sé, soddisfatta di essere competitiva e robusta… anche se qualche soprammobile pettegolo, sottovoce, diceva parole terribili, come mascolina, o perfino lesbica e zitella.
Tutte le invidiavano l'efficienza, ma lei era nata per l'isola di Wigth, per i grandi concerti pacifisti, e amava le canzoni di Jonh Lennon e Joan Baez.
Non per questo sniffava cocaina, ma, da ragazza, aveva liberamente amato ed, essendo stata giovane negli anni 70, aveva vissuto la contestazione giovanile, aveva detto no alla guerra e sognato viaggi "on the road" sulle strade della California.
Adesso invece faceva la lavatrice: ora che le sue storie erano state lavate con il bucato e nessuno le raccontava più!…
Eccola la signora, aprire l'oblò per inserire le lenzuola, i fazzoletti, i tovaglioli ed asciugamani!
Un colpo allo sportello, un giro di manopola, tutto quel dolce detersivo che gorgoglia nello stomaco... e via!
Gira, gira, gira la centrifuga tra le bolle di sapone.
La signora si era allontanata, lasciandola sola, dopo aver, non so perché, liberato il carrello che la sosteneva.
E che può fare una figlia dei fiori, libera dei propri vincoli?
La lavatrice, spinta dal cestello della centrifuga mise i primi passi incerti, esplorando la lavanderia: ma era troppo angusta per i propri sogni!
Pian piano si inoltrò nel corridoio, sempre badando a mantenere la temperatura dell'acqua dell'ammollo, poi, pian piano, in silenzio, si spostò in una saletta rischiarata solo da una finestra, giungendo alle spalle di una poltrona da ufficio … e sbirciò.
Sulla scrivania un computer brizzolato si godeva la siesta, mostrando lo schermo colorato all'amica che aveva di fronte.
La figlia dei fiori dimenticò di bussare: la videata mostrava un mare di sogno, e la scritta a caratteri cubitali di Sharm el Sceicc.
I due amici stavano organizzando un viaggio!

La lavatrice impostò il prelavaggio, ed il cestello ruzzolò su se stesso gridando: «Rabadan ban ban!»
Forse una monetina, o un bottone, o un qualche accidente di ferro era rimasto intrappolato tra la roba, ed urtava ad ogni giro.
La lavatrice cercò di arretrare, ma, nel farlo, sollevò gli occhi sul volto del computer:
così maschio, così virile, pensò... e straordinariamente arrossì, emozionandosi.
«Blizt!» fece invece lo schermo, in preda alla stessa emozione!
La figlia dei fiori voleva arretrare, ma aveva il cestello impazzito che ripeteva per l'emozione: «Rabadan dan dan».
Il vecchio computer era uomo di mondo; ben più padrone di sé e le disse: «Ma perché ti fai fregare così?» dimenticando di non avere accanto un compagno di allegre serate…
Rimasero ancora un poco, entrambi, imbambolati, senza che nessuno sapesse fare un passo verso l'altro, poi lei fermò il carrello e scappò via, tornando a rifugiarsi in lavanderia.
…Passarono giorni, e poi notti! E le parole, il suono virile della voce, l'assenza di altre emozioni fecero il resto.
La lavatrice si riconobbe figlia dei fiori, pronta a vivere e liberamente amare.
Pregò il carrello che la vincolava di lasciarla andare, ed ogni giorno perlustrò il corridoio.
Lui era sempre lì: le sorrideva.
La sventurata [1] rispose.
E da quel giorno si incontrarono sempre, parlando a lungo di Sharm el Sceicc… ma la poltrona sempre si frapponeva fra loro, cieca; ignorava completamente la presenza della lavatrice, credendo che le spiagge assolate ed i mari da sogno fossero in vista solo per lei.
La lavatrice, invece, sapeva che erano lì, splendidi, per sé sola, perché lui, il computer, le aveva chiesto di sposarla.
Fu così che prese coraggio a due mani ed obiettò che così non andava, che non capiva cosa fosse, per lui, quella poltrona.
Lui le rispose in un soffio: «È mia moglie… ma tu non dai importanza a queste cose!… Poi lei adesso aspetta un figlio…».
La lavatrice lo guardò stravolta, come se quello che avesse detto, per lei non avesse suono, e, men che meno, senso.
Lui aggiunse arrogante, rivelando per la prima volta il vero se stesso: «Lei ha fatto un figlio, non io!»
«Rabadan ban ban» rispose il cestello azionato, contro la sua volontà, da una forza centrifuga incontrollata.
Il percorso a ritroso fu quello di un ubriaco e lacrime di sanguinosa candeggina vergarono il corridoio.
La lavanderia l'accolse silente.
Nessuno ebbe niente da dirle. Forse sapevano, forse no.
Il suo ennesimo fallimento sentimentale la riconsegnava alla sua solitudine, ma tutto sarebbe stato meglio della vita di una ottusa poltrona, inebetita da una Sharm el Sceicc solamente virtuale.
Non lo vide più.
Riprese ad accogliere la roba sporca nel suo ventre, ritrovando nel lavoro e nella soddisfazione di consegnare un bucato perfetto, la ragione vera della propria esistenza, facendo diventare la cura e la sua perfezione una vera e propria professionalità; vivendo a lungo, single e contenta.
[1] Alessandro Manzoni La monaca di Monza


Nuovo appuntamento con "Le parole di Sherazade" di Liliana Salerno martedì 24 novembre

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  • Le parole di Sherazade
Le parole di Sherazade

Le parole di Sherazade

Rubrica a cura di Liliana Salerno

Indice rubrica
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Amore di guerra 5 gennaio 2021 Amore di guerra
Randagio e la luna 29 dicembre 2020 Randagio e la luna
Il diario di Dadà 22 dicembre 2020 Il diario di Dadà
Il dono 15 dicembre 2020 Il dono
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