Canneto
Canneto
Le parole di Sherazade

La vittoria del giunco

Rubrica a cura di Liliana Salerno

Torna l'appuntamento, come ogni martedì, con la rubrica "Le parole di Sherazade" .
Stavolta è un giunco di mare il protagonista del racconto scritto da Liliana Salerno: una storia molto interessante e assolutamente da leggere.
a cura di Luca Ferrante

Ero solo un giunco di mare.
Così pensavo silenziosamente, immerso nel canneto, fianco a fianco alle mie sorelle, compagne di sconfinata solitudine.
Il cielo, data la mia altezza, insolita per la nostra specie, raccoglieva i ricordi e li portava con sé, nel grigio autunnale delle nuvole, dove mai avrei potuto ritrovarli.
Ed era un bene.
Il vento, invece, atavico nemico, giocava con le mie parole, divertendosi a modulare i suoni a seconda della sua forza, ora più, ora meno breve e violenta, rendendo pubblica la mia degradazione.
Sotto i suoi colpi ripetuti, sia io che le mie sorelle curvavamo la testa all'unisono, incapaci di non piegarci al suo volere, ma soprattutto desiderose di vivere.
Si sa, una canna che non si piega si spezza, e muore.
Io invece arrossivo di me stesso nel piegarmi, sebbene non fosse cosa poco dignitosa per una canna, bensì saggia, e volevo disperatamente vivere.
Ero convinto di avere qualcosa da dare, un destino da compiere, e progettavo di lasciare il canneto, in cerca di fortuna.
Gli anziani guardavano i miei pensieri e scuotevano il capo dondolandosi sensibilmente; la loro più alta disapprovazione. Alcuni sorridevano fra sé e sé e scuotevano le spalle con fare enigmatico. Altri consideravano, il mio, un innocuo sogno da adolescente, che l'esperienza avrebbe cancellato per sempre nel presente e nell'avvenire.
Io non ascoltavo i loro borbottii: «Gli anziani - dicevo - non sono solo vecchi barbagianni, buoni solo a brontolarsi per gli acciacchi, sono come il mare, che nella sua vita va e viene dalla sponda, inutilmente, eternamente soggiogato dal vento che lo sospinge, lo agita, lo solleva come il bordo di una sottana di campagna, come una stupida foglia caduta».
No, il mare non godeva della mia stima. Era tanto grande da poter imbottigliare tutti i venti, ma bastava il primo zefiro primaverile ad increspare il suo velluto azzurrognolo.
Io ammiravo i muri costruiti dall'uomo, i tetti delle case, gli immani grattacieli in lontananza, alle mie spalle, e soprattutto ammiravo l'uomo, perché era capace di dominare sia il mare che il vento.
Ricordavo con stupore un giorno d'estate, uno di quelli odiosissimi giorni pieni di calura afosa ed appiccicaticcia, in cui la gente umana si trasferisce al mare in massa, per correre, gridare scompostamente, giocare a palla e schizzare con l'acqua, perché ad un tratto la folla si zittì e tutti i volti seguirono un solo oggetto, in movimento nel cielo.
A bassa quota volava un veicolo dell'aereonautica militare, in esercitazione, e noi, le canne, ci stringevamo l'una all'altra, terrorizzate e stupefatte da tanta meraviglia.
Poi il misterioso, fantastico, oggetto scomparve nel tersissimo cielo.

Il vento, irrispettoso, si accorse del nostro stupore e incominciò a scimmiottarci, e a chiamarci provinciali, e, con fare da saputello, ci spiegò che lui, nei suoi lunghi viaggi, lo aveva appreso dalle antenne televisive che esistevano gli aeroplani costruiti dall'uomo per volare nel cielo come e meglio degli uccelli, perché lui, il vento, poteva deviare dal suo corso l'ala di un comune volatile, e persino quella della grande aquila e quella corta del falco, ma non sarebbe mai riuscito a spostare di un millimetro l'ala dell'uomo.
Era là che volevo andare, nel mondo degli uomini, dove sicuramente avrebbero apprezzato la mia intelligenza, che qui, nel canneto, marciva sotto il sole. Gli uomini avrebbero avuto una funzione, uno scopo, per il mio essere, ed io mi sarei sentito utile e realizzato.
Invece qui vedevo nascere il sole sempre nello stesso punto, al mattino, con le stesse tediosissime sfumature, riflesse nello stesso lembo di mare, poi tutto si sarebbe svolto come ogni giorno, ed il sole sarebbe tornato a morire dove sempre andava.
Unico diversivo, in questa monotonia, qualche vecchio pescatore, intento, nella calura, a riparare la sua lunga rete, faceva starnazzare più del solito l'ottuso branco di gabbiani.

La vita del canneto si esauriva tutta nella noia e nella rassegnazione degli anziani che io non riuscivo a tollerare.
Un giorno, però, la mia attenzione fu attirata da un uomo che camminava tutto solo lungo la riva. Osservava le barche, il da farsi dei pescatori, ma non era uno di loro; né guardava con interesse queste piccole operazioni quotidiane, piuttosto si fermava a fissare davanti a sé, lontano, come se, con gli occhi, potesse giungere dietro l'ultimo orizzonte, e scoprire il più grande dei misteri sconosciuti.
Quell'uomo, solo, privo di operosità, sembrava saperne più di tutti gli altri, sulla vita e sulle cose del mondo.
Da quel giorno in poi, ogni pomeriggio, l'Uomo parcheggiò la sua auto e scese fino a riva, solo per camminare e pensare.
Avrei dato l'anima per comprendere uno solo dei suoi pensieri reconditi e solitari, ma lui sembrava non accorgersi della mia presenza, sebbene gridassi, e mi sbracciarsi per farmi notare, e arrossivo quando lui girava la testa verso il canneto, ma era inutile.
Una canna per l'uomo ha solo la voce che il vento le dà, ed il vento, avrebbe inevitabilmente distorto e rese incomprensibili le mie parole.
Tuttavia attendevo con ansia il rumore dell'auto che conduceva quell'uomo verso il mio canneto e non cessavo di studiarlo, per capire cosa facesse di lui l'essere perfettissimo che era.
Ma l'autunno era destinato a finire , pensavo, e, come sempre, l'arrivo della fredda stagione avrebbe allontanato dal mare gli esseri umani, e, con loro, l'oggetto del mio preziosissimo studio.
Difatti, quando l'umidità minacciò di marcire le mie radici, e gli anziani non smisero più di brontolare, l'uomo cominciò a mancare ai nostri taciturni appuntamenti e un giorno che ero spossato per aver sfidato il vento lui venne, dopo almeno due settimane che non ci si vedeva, io gli dissi, sussurrando: «Non son certo di resistergli ancora».
Non so se capì, ma il suo sguardo aveva una luce di vita e un desiderio che finalmente compresi.
Istintivamente seppi cosa cercava, e perché lo trovassi così simile al mio essere. La sua era sete di infinito, smisurato orgoglio, desiderio di libertà.

D'un tratto ne ebbi la certezza: si, quell'uomo, per davvero, con il suo sguardo enigmatico, solcava l'immensità del mare, per giungere oltre l'ultimo orizzonte, alla ricerca di un nuovo se stesso, libero da ogni vincolo, prigioniero di nessun Dio.
Lo vedevo da come portava il capo eretto, lo sguardo fiero e cupo dell'uomo che non accetta sconfitte.
Lì era la sua grandezza e la sua perfezione; nel semplice desiderio di non cedere, di non arrendersi di fronte a niente.
Da quel giorno non lo vidi più.
L'inverno irrigidiva le sue difese, la nebbia cancellava ogni presenza reale, popolando il mondo intero di ombre e di incubi evanescenti.
Il mare aveva assunto un plumbeo, rombante colore, franto, a tratti, da bianchissima schiuma.
Il vento urlava la sua violenta sfida al mondo ed il canneto non ne aveva pace.
Il nostro destino, dicevano gli anziani, era di assecondare il vento, come un vecchio ubriaco violento, e portargli rispetto, perché da lui dipendeva la nostra fragile vita.
Ma un giorno che soffiava da far tremare la pelle, stufo di venire sbattuto come un semplice filo di paglia, smisi di assecondarlo, e mi drizzai con tutta la mia persona.
Il mare era una maschera di dolore, gli scogli affioravano a tratti per scomparire sotto la violenza delle onde e non seppi mai se si riflettesse nel cielo o fosse il cielo a riflettersi in lui.
E certo non vi era più linea che distinguesse un orizzonte; di fronte a me si stendeva solo una grigia cortina di freddo.
La prima raffica spossò le mie forze, ma resistetti, eretto, ed il vento indietreggiò e sembrò quietare la sua rabbia. Respirai a pieni polmoni, provando sollievo per l'inaspettata vittoria; ma fu una breve vittoria.
Il vento raccolte le sue forze, sferrò un secondo attacco contro il canneto.
Ancora una volta trattenni il fiato per lo spavento e mi drizzai fiero, come se nulla potesse accadermi.
Vedevo il canneto, intorno a me, piegarsi piangente, urtarmi, incapace di desistere dall'inutile sforzo.
Ma era la voce del vento a parlare per loro, la voce di un dio potente, imperioso e crudele, che mi intimava di cedergli, così non posi orecchio al terrore palese e febbricitante del canneto, e con tutta la rabbia rinata, dopo anni ed anni di sottomissione, con uno sforzo immane alzai il capo verso il cielo.
D'un tratto fu luce accecante tutto intorno.
Si, avevo vinto il vento.
Un giunco di mare resisteva, eretto, alla sua furia.
Provai un senso d'orgoglio e di felicità insieme, immerso in quell'azzurra luce irreale, colpito da un lancinante dolore nella schiena.
Poi non vidi più nulla.

L'uomo, tornato un'ennesima volta sulla stessa, identica spiaggia, camminava nel tenue sole di dicembre, portando di tanto in tanto le mani giunte alla bocca ed alitandovi sopra per scaldarle.
Fissava lo sguardo oltre l'ultimo orizzonte, e pensava.
Inciampò in una canna spezzata.
Il mare, ormai calmo, sembrava aver dimenticato: tutto era quiete, intorno a loro.


Nuovo appuntamento con "Le parole di Sherazade" di Liliana Salerno martedì 26 gennaio

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Rubrica a cura di Liliana Salerno

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