Pistola
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Le parole di Sherazade

Piero ha un buco nella testa

Rubrica a cura di Liliana Salerno

Ultimo appuntamento coi racconti di Liliana Salerno della rubrica "Le parole di Sherazade".
Chiusura affidata a una storia molto particolare dal titolo esplicativo: "Piero ha un buco nella testa".
a cura di Luca Ferrante

Piero ha un buco nella testa, e una storia per strada.
Cammina veloce, in un mattino assolato. Le vetrine riflettono strani bagliori, sui lembi della sua giacca, sulle sue gambe scattanti. I capelli al vento.
Piero sorride, come inseguendo un pensiero.
Incrocia la folla in controsenso.
Ma continua veloce tra spinte e gomitate; lui non può fermarsi.
La sua corsa è contro il tempo.
Una zingara cerca di afferrarlo, ma invano. Allora bestemmia parole incomprensibili, alle sue spalle, per tornare, col sorriso, a tendere la mano.
Ma lui non può sentirla.
Si è salvato svoltando l'angolo, in fretta. Attraversa le strade, infilandosi tra le macchine, incurante delle nervose strombettate.
Non guarda che avanti, anzi, evita di voltarsi.
Sembra che possa far tardi a qualche suo appuntamento, cui non possa mancare. Qualcosa come un invito da capufficio, in cui si giochi una carriera, sui sorrisi, in ascensore.
Ed invero qualcosa sta giocando, nella sua folle corsa.
Noi non possiamo saperlo.

Piero ha un bruco nella testa.
La darsena luminosa nel mattino contiene uomini, in divisa da finanziere; uno strano marchingegno solleva un mezzo motoscafo.
Sembra tagliato di netto, non sventrato dalla bomba che lo ha colpito.
I gabbiani volano basso, quasi vogliano evitare il grigio inferno delle nuvole.
L'acqua nel porticciolo è sporca. Increspata continuamente da innumerevoli rughe.
Le imbarcazioni sono immobili, in discreta solitudine.
La piccola gru continua le operazioni di sollevamento.

Piero ha un tarlo nella testa.
Gli scricchiola i pensieri, gli rode nell'animo, ma non può fermarsi a raccontarlo.
Può ricordare il ciglio di una strada di campagna, il cigolio di un carro da lavoro, l'abbaiare dei cani, e neppure sa perché proprio questo ricordo, questo ricordo e non un altro, torni ad occupargli la mente.
Neppure a questo può pensare, perché inciampa nei residui di se stesso, in ciò che era, in ciò che avrebbe potuto essere e non è. Meglio svoltare strade, correre senza fermarsi, neppure per prendere fiato. Si allenta la cravatta.
Così va meglio, serve a respirare!
Un dolore gli perfora il fianco già da un pezzo, ma lui cerca di non dargli peso.
Soltanto corre, corre senza fiato, senza pensieri, senza voltarsi.
Urta una signora, rovesciandole la borsa della spesa. La donna urla. I barattoli rotolano fin sotto il marciapiede. Rotolano i panini, ed un vecchio li raccoglie di nascosto, per infilarli nelle tasche.
Ma la donna non se ne accorge.
Piero è già lontano. Gocce di sudore gli bagnano la candida camicia. Si sente sporco, ed ha paura. Pensa che se dovesse fermarsi …

Piero ha il buio nella testa.
Il buio di quand'era bambino e non voleva andare a dormire da solo. Il buio di un lungo corridoio, della porta lucida, sul fondo, che proiettava strane ombre. Ricorda i suoi passi di bambino, quando aveva deciso di vincere la paura e si era inoltrato, solo, nel buio corridoio dei suoi terrori. La manina, avanti a sé, toccava l'aria e lui si ripeteva, con sempre maggiore certezza: "non c'è niente nel buio", "non c'è niente nel buio", ma non sapeva se ciò fosse vero, o se fosse lui a dirlo, per esorcizzare l'insidia reale. Ora lo stesso buio tornava ad invadergli l'animo, e lui non trovava più la formula rassicurante che lo aveva protetto da bambino.
Avrebbe voluto fermarsi, ma aveva troppa paura, al punto da non avere più la percezione del pericolo ed il senso dell'orientamento. Girava in tondo, sempre nello stesso quartiere, in diverse stradine, che non ricordava di aver percorso e che pure aveva percorso, quasi volesse compiere un disegno, delle figure precise, dai netti contorni.
Tutto diventava gigantesco e importante, anche l'aria e il rumore, il colore del cielo.
Un tanfo di roba fritta uscì dalla porta di una rosticceria. Piero fece ancora qualche passo, poi si chinò in avanti, afferrandosi ad un palo. Il conato lo rese paonazzo per lo sforzo, ma la sosta gli servì per respirare e per guardarsi intorno.
Non c'era nessuno.
Stranamente nessuno.
Sorrise come inebetito.
Piero aveva un Nome nella testa, e sulle labbra, quando incontrò la bocca metallica che lo uccise.
Lì, in pieno giorno, davanti al suo sorriso.
Vide una macchia scura, nel sole, la sagoma di un uomo.
Il braccio, la canna alta, puntata contro di lui. Poi il lento esplodere dei colpi. Il primo non faceva male. Gli prese il braccio. Il secondo la spalla, ad un respiro dal cuore. Solo il terzo fu caldo nel ventre. E sangue. Sangue accecante nel bianco, nel sole che gli colpiva gli occhi. Gente che gridava e passi in corsa.
Soltanto il bianco. Bianco luminoso.
Piero aveva un ronzio nella testa. Non riusciva a ricordare, a comporre i pensieri. Gli pareva solo di non aver peso. Vedeva a tratti delle sagome scure, incerte, ma non riusciva a sforzarsi di avere paura. Neppure quando si avvicinavano troppo, e il loro alito gli arrivava, cattivo. Non riusciva a sentire, né a muoversi. Non sapeva di muovere insistentemente le labbra per pronunciare un nome incomprensibile.
Il Nome. Il Nome che lui sapeva, e non avrebbe dovuto sapere.
Troppe cose legate a quel Nome. Ecco perché aveva paura. Ma non riusciva che a biascicarlo, senza coscienza. Mentre la flebo lasciava andare, goccia a goccia, il suo liquido scuro.
Cessò il ronzio nella testa di Piero.
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