Stretta di mano
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Un pediatra sul web

Nessuna giustificazione

Rubrica a cura del dottor Antonio Marzano - Ex pediatra di famiglia

La telefonata arrivò in studio piuttosto tardi.
Era da poco cambiata l'ora da solare a legale. Ciò mi ha sempre procurato un certo disorientamento per almeno i primi dieci giorni. Il ritmo circadiano cambia e continuare a rispettare gli stessi orari di studio e la doverosa concentrazione mi è sempre stato difficile. Pur tuttavia avevo capito che l'importante era, diciamo così, non farci caso e tutto sarebbe ritornato normale in poco tempo.

Eravamo all'inizio dell'autunno, le prime infezioni respiratorie si erano timidamente affacciate ed io avevo avuto una estate impegnativa non solo per la cospicua patologia dermatologica e gastro intestinale ma anche per alcuni casi di epatite virale A. Siamo a fine anni 80. Il vaccino anti epatite A non era stato ancora scoperto. Quel vaccino che una volta scoperto e poi commercializzato ha quasi del tutto debellato l'infezione da virus della epatite A. Proprio quella che negli anni precedenti si chiamava: "Itterizia".


I bambini consigliavo fossero ricoverati nella nostra divisione di pediatria dell'ospedale di Bisceglie, dove dal primo marzo del 1981 al 31 agosto dello stesso anno, avevo svolto il mio tirocinio post laurea, sotto la guida del mio primo maestro, il primario Paolo Lamanuzzi. In quel periodo il Dott. Lamanuzzi coadiuvato dal dottor Pinuccio Bruni, mi affidò, ed io ne rimasi fortemente impressionato, la gestione del primo piano della pediatria, piano che era occupato da non meno di 40-50 bambini tutti, dico tutti. con l'epatite virale.

L'esperienza che maturai fu notevole ed io imparai a palpare bene il fegato oltre l'arco costale (cosa che non avevo mai fatto prima) e che mi faceva fare subito e bene diagnosi di epatite A.


«Dottore - mi dice la mamma al telefono -, Giovanni non si sente bene. Da qualche giorno ha una febbricola specie la sera, è del tutto inappetente, non riesce neanche a bere, lamenta mal di pancia e da questa mattina ho notato che la pipì è molto carica, sembra scura, molto scura. Può venire a vederlo quando finisce lo studio?»

«Certo - le dico - certo. Mi dia l'indirizzo ed il numero civico».

Giovanni è un bel bambino di circa 10 anni. Anamnesi remota negativa. Bambino sano. Naturalmente alla luce delle informazioni che la signora Greta mi aveva dato, avevo già fatto diagnosi di epatite virale e con tale certezza arrivai in un appartamento dalle parti di Via Veneziani e salite un paio di rampe di scale doverosamente in pietra lucida, raggiunsi la porta di ingresso. Una volta aperta mi ritrovai in un appartamento particolarmente buio che né l'apertura delle persiane, né l'accensione del lume a soffitto, riuscì ad illuminare.

Ma io, che avevo già capito tutto, ero lì non solo per visitare Giovanni, ma soprattutto per rassicurare lui e la madre. Si trattava di epatite virale, il bambino doveva essere ricoverato in ospedale, bisognava avere pazienza in quanto la terapia era solo con flebo di glucosata e fisiologica e che a volte prima che gli enzimi epatici, le transaminasi, tornassero nella norma, a volte, poteva trascorrere anche un mese. E quindi dovevano stare tranquilli perché la "transaminasite" poteva rivelarsi lunga e noiosa.


Mia zia Drina, la sorella maestra elementare di mia madre, mi guardava severamente quando dicevo: "io" e rispondeva "Tonio, io asino primo".

La visita si rivelò un vero proforma: palpai il fegato che trovai ingrossato ed in parte dolente e la mamma si preoccupò di farmi vedere le urine le quali appunto erano particolarmente scure. Credo che non chiesi nemmeno se avesse avuto le feci chiare e se avesse consumato frutti di mare crudi, cozze… niente, ero sicuro.

Compilai la ricetta che allora era ampia e scrissi: "All'attenzione del collega della Divisione di Pediatria di Bisceglie, chiedo ricovero per Giovanni, affetto da epatite virale". Tante ne avevo viste di ricette, nei mesi del tirocinio, da parte di altri medici ed alcune ne avevo già fatte io nei primi anni di convenzione. Non mi sfiorò nessun dubbio, ricordo solo il disagio che provai, perché la camera da letto del bambino era poco illuminata, era sera inoltrata e non ero riuscito a guardare bene gli occhi di Giovanni che di certo dovevano essere "gialli". Ma comunque era quella, era lei, era l'epatie virale. Rimisi tutto in borsa, salutai Giovanni salutai la madre e raggiunsi tranquillo l'uscita.

A Giovanni non ci pensai più.


Fino a quando una sera, la signora Greta, aprì la porta di comunicazione dello studio tra la sala di attesa e la sala visite e mi porse con una espressione che ora a distanza di tanti anni, non ricordo ma che fu accompagnata da questa espressione lapidaria: «Dottore, non era l'epatite virale».

Iniziai a leggere il referto dei colleghi della pediatra, guardai e riguardai con attenzione le analisi, guardai la terapia che aveva fatto in ospedale e quella che avrebbe dovuto continuare a fare a domicilio ed io abbassai il capo in segno di "sconfitta" e prima che lo dicesse lei con un filo di voce dissi: «Ha ragione signora Greta, Giovanni non ha avuto l'epatite virale, ma la Glomerulonefrite».

E seguendo lo sguardo ormai distante di Greta dissi: «Sono certo che lei giustamente non ha ormai più nessuna fiducia di me!» Mi alzai, le porsi la mano che lei mi strinse e dissi: «Ho sbagliato, non ho nessuna giustificazione, Giovanni merita un altro pediatra».
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Rubrica di pediatria a cura del dottor Antonio Marzano - pediatra di famiglia

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