Cavallino. <span>Foto Liliana Salerno</span>
Cavallino. Foto Liliana Salerno
Le parole di Sherazade

Il falcone del re - quarta parte

Rubrica a cura di Liliana Salerno

Penultima puntata di una favola sempre più affascinante.
Dopo aver letto la prima, la seconda e la terza parte, impossibile perdersi il quinto capitolo de "Il falcone del re", la storia regina della rubrica "Le parole di Sherazade" a cura di Liliana Salerno.
a cura di Luca Ferrante

Quarto capitolo

Tornarono alla stalla così felici da non accorgersi dei cambiamenti intervenuti in loro assenza: ma il cavallo aveva più biada, aveva acqua fresca ed era stato accuratamente lavato.
Ed anche la paglia del giaciglio del nostro sovrano era stata cambiata e composta. Ma i nostri eroi erano così stanchi che Sua Altezza seppe fare solo una domanda al suo fedele compagno: «Non ti sembra un po' strana una donna che abbia un tale attaccamento per un fantoccio di pezza?»
Il falco gli rispose: «Sire, sarebbe ben strano, per me, il contrario, ma se Voi dite che lo stringeva al petto come fosse una persona viva, pensate quanta tenerezza avrebbe per ciò che stringe, se si trattasse di un neonato. Forse il solo errore di Re Remigio è nel non aver capito che deve donare, non sottrarre, creare, non uccidere.
Pensateci bene, invece, perché questa donna non è solo bella, è preziosa!»
«È vero», gli rispose il sovrano, e si addormentò.
Quando tornò a svegliarsi il sole era già alto, e nessun gallo sembrava mai aver cantato.
Entrò Martino nella stalla, ma non recava con sé gli attrezzi. Lo seguiva Valentina, col solito catino, con un asciugamani di lino e con una colazione decisamente più abbondante del solito.
Valentina posò il tutto per tornare subito dopo, con ciotole di olive e pomodori freschi.
Martino lo interpellò felice dicendo: «Tutto il paese lo sa!»
«Lo sa cosa?» chiese stupefatto il Re.
«Che volete mettere fine alla nostra guerra!»
«È vero», confermò il Re, «vorrei mettere fine alla vostra guerra, ma devo darmi da fare!»
«So tutto», disse Martino, sempre più felice di averlo ospitato: «Avete bisogno di un'armatura per presentarVi al Consiglio dei Savi, e noi abbiamo quattro giorni per procurarVela...»
«Noi chi!» esclamò sbalordito il Re.
Allora, le ombre rimaste in disparte si fecero avanti, e Sua Altezza riconobbe i volti dei contadini che erano stati curvi con lui, sotto il sole, nei campi.
Quello più anziano si fece avanti. Aveva la pelle color mattone e le rughe della fatica. Il suo essere sembrava autorevole e quando parlò tutti tacquero per starlo ad ascoltare.
Si rivolse al Re: «Tu sei stato con noi nei campi, hai condiviso i nostri gesti, sopportato la nostra stessa sofferenza. Noi non sappiamo chi tu sia, né da dove vieni, né se hai nobili natali e perfetti per contendere la mano della Principessa Ninfea a Re Remigio, ma gli anziani hanno deciso di esaminarti e questo per noi può significare la fine della guerra.
Un solo scontro, il sacrificio di uno, può significare la salvezza di molti, la tranquillità delle nostre case. Siamo stanchi di vedere trucidati i nostri cari, violentate le nostre donne.
Tu per noi rappresenti una speranza, per cui dobbiamo aiutarti».
«E come?» domandò il Re
«Tu hai un bel cavallo» continuò il contadino, «ma non puoi presentarti agli anziani senza un'armatura, senza una lancia, una spada, uno scudo».
Sua Altezza ripensò a come quegli oggetti fossero diventati un lago e lo avessero condotto sin lì.
«Ma neanche voi possedete questi oggetti!» obiettò il Re.
Martino gli sorrise con tutti i suoi denti di bambino: «Però ce li sappiamo procurare, nevvero?»
Gli rispose un coro consenziente.
«E come farete?» domandò il Sovrano.
Il contadino fece un cenno al ragazzo che era alla sua destra, il quale scomparve un istante, per tornare, recando in mano una cotta metallica. Il contadino la prese, la soppesò, poi si rivolse al Sovrano: «Provala, se siamo fortunati è della tua taglia, ed al resto provvederemo».
Sua Altezza obbedì, e la maglia, in realtà, sembrava fatta su misura per lui, allora il contadino, che lo vedeva incredulo si sentì in dovere di dargli una spiegazione: «Non temere, non l'abbiamo rubata. Devi sapere che spesso le navi di Re Remigio naufragano a poca distanza dalla costa, a causa degli scogli affioranti. Spesso cadaveri di cavalieri sono sospinti verso le nostre rive, e noi siamo soliti raccoglierne le spoglie e dar loro sepoltura, anche se si tratta di nemici. Spesso portano oggetti di valore o armi o armature che a loro non servono più. Abbiamo quattro giorni di tempo per cercare, e, credimi, sarai vestito meglio di un Re».
Il contadino fu di parola: nei quattro giorni che seguirono Sua Altezza dovette provare gambali, busti, elmi, fino a che, per davvero fu vestito di tutto punto, e perfino il cavallo fu perfettamente bardato.
Ma era pur sempre un cavallo zoppo.
Irrimediabilmente zoppo, ma il solo che fosse addestrato a giostrare.
I cavalli dei contadini erano più robusti, ma meno agili, non adatti al combattimento.
Il Re se ne lagnava con il falcone, ma questi, con la solita lungimiranza gli rispose: «Signore, è l'intento che Vi guida, la Vostra agilità, non quella del Vostro mezzo».
Così, tra mille incertezze giunse il giorno convenuto.
Il Sovrano si preparò come si conviene ad un cavaliere, quando Martino, rosso in volto e alterato dallo spavento, irruppe nella stalla: «Signore, Voi non dovete andare!»
«Cosa?» gli fece di rimando il Re.
«Non dovete andare dal Consiglio degli Anziani» ribadì con fermezza Martino.
Di fronte a tanta decisione Sua Altezza impallidì, ma domandò: «Perché?»
«Perché vogliono farVi entrare nella Torre di Madreperla» disse tutto d'un fiato il bambino.
«E cosa c'è nella Torre di Madreperla?»
«È questo il punto» rispose Martino, «non lo sa nessuno, perché nessuno ne è mai uscito».
«E questo ti fa pensare che anch'io non ne debba uscire?»
«Signore» rispose Martino: «Voi non siete di questa città, non siete tenuto a tanto!»
Il falcone lo colpì col becco dietro l'orecchio, ma Sua Altezza aprì il battente della porta della stalla, montò il cavallo zoppo e si avviò verso la piazza della città, dov'era la Torre Maestra tanto temuta.
Non era difficile individuarla: la terza di tre torri merlate, baluginava dei riflessi rosati, tipici del materiale della sua costruzione.
Al suo lento cammino, la gente del paese, salutava una speranza e accorreva; si affacciava per vedere, gettando petali di rosa al suo passaggio. Attraversò lentamente tutto il paese, poi giunse al cospetto dei dodici Anziani che lo rappresentavano. Erano vestiti di lunghe tonache rosse, sulle quali spiccava la lunga e canuta seta della barba. Non avevano bisogno di altro ornamento: rappresentavano la città.
Sua Altezza si fece avanti nella piazza prospiciente la torre, circondato da una folla festante. Poi, in segno di rispetto, scese da cavallo e si avvicinò alla Coorte.
Il più anziano di loro recava un medaglione al collo. Si allontanò dal gruppo e si rivolse al Re: «Cavaliere, poiché non siamo certi del tuo nobile lignaggio, abbiamo stabilito di proporti una prova di coraggio, agilità ed abilità. Tu non sei di questa città, e, pertanto, non ne conosci bene la storia e le insidie.
Questa torre, che tu vedi splendida e di preziosa fattura, è la più alta torre di avvistamento della nostra città. Fu costruita con questo intento, ma, sin dai tempi della sua costruzione, è stata resa inaccessibile da un mostro innominabile, che noi non conosciamo. Non ha sembianze, né nessuno ha detto d'averlo mai visto. Sappiamo solo che chiunque abbia tentato di esplorare la torre, non ha più fatto ritorno a casa.
Se tu sei un Re, o hai nobili natali, riuscirai senz'altro a scacciare o ad ammazzare il mostro, per sfatare il sortilegio della torre».
Sua Maestà sembrò scoraggiato, e pareva nell'atto di tirarsi indietro, quando il falco lo rimproverò all'orecchio: «Ti fai spaventare dalle parole?»
Fu sufficiente perché Sua Maestà accettasse: «Va bene, Signori: mostratemi l'ingresso della Torre». E si avviò, col fedele falcone al polso, questa volta più curioso e più determinato di lui.
L'ingresso era una porticina ogivale, che gli venne indicata da lontano. Sua Altezza vi si recò, sospinse i battenti, e questi cedettero con incredibile facilità.
«Tic, tac! Tic, tac!» si sentiva rimbombare nell'oscurità.
Poi, con un tonfo sordo, i battenti si richiusero ermeticamente alle loro spalle. Non restava che proseguire, nel buio inframmezzato dalla luce delle feritoie.
Sua Maestà cercò a tastoni una torcia.
«Tic, tac! Tic, tac!»; continuava nell'aria inesorabile questo suono metallico, come di asta imperterrita.
Il Re accese finalmente una torcia di fortuna, strofinando le pietre vicino ad un ramo spezzato. Nel tremulo chiarore si intravide una scala di legno marcio. Vi si diresse senza esitare.
«Tic, tac! Tic, tac!». Man mano che saliva su per i gradini il suono cambiava. Aveva sì il sottofondo metallico, ma era come di voci, che lo rifacessero all'unisono.
Era uno scandire così perfetto, che pian piano si insinuava nel cervello.
Il falco cominciò a scuotere la testa, poi disse a voce ben alta all'orecchio del padrone: «Sire, contate ad alta voce, o cantate una nenia d'infanzia».
«Perché?» gli chiese Sua Altezza ingenuamente.
«Perché questa è la malia del luogo: il suo ritmo Vi porta a seguirlo, ben presto seguirete lui e non Voi. Serve a straniarVi»
«Grazie falco» esclamò il sovrano: «Intoneremo in coro una canzone popolare».
E così fecero, tenendo ben ferme in mente le parole della canzone.
Quando giunsero all'ultimo gradino il ticchettio era diventato assordante e fortemente umano.
Si trovarono di fronte ad una porta che il Re non esitò a spalancare; poi istintivamente la richiuse, infine l'aprì definitivamente.
Due giganteschi occhiacci verde-fosforescente brillavano nel buio.
«Sire», disse il falco: «fate luce con la torcia».
E così fece.
Apparve una grande sveglia in alluminio, che li guardava dal verde fosforescente dei suoi occhiacci freddi. Le lancette battevano inesorabili, ma dietro di lei si vedeva una schiera di uomini abbrutiti che scandivano il tempo, dondolando il capo ritmicamente e pronunciando l'onomatopeico "Tic, tac!"
La sveglia li vide, li guardò a lungo poi scoppiò in una grande risata e gridò: «Allegria, gente, avrete presto compagnia! Ecco altri due che sono venuti a cercare il senso del tempo. Chi siete?»
Il Re sembrava atterrito, ma il falcone gli suggerì: «PresentateVi per quello che siete». Ed il Sovrano rispose: «Sono il Re di Vallelanza, padrone e Signore delle Roccaforti di Piombi, d'Oltralpe e di Belsito, e tu invece chi sei?»
«Io sono il Tempo» rispose presuntuosa la Signora.
«In che senso siete il tempo?»
«Io lo sono» rispose semplicemente la sveglia.
Il falco suggerì al padrone di insistere: «E quelli chi sono?» proseguì il Re.
«Sono i miei schiavi, come ben presto lo sarete voi. Loro non hanno saputo rispondere alle mie domande; non avevano l'esatta cognizione del tempo, e adesso continuano a cercarla. Quando l'avranno trovata potranno andar via. Come voi del resto potrete andar via quando l'avrete trovata.
Adesso vediamo cosa sapete del tempo…»
Nella pausa che la sveglia fece per respirare il falco realizzò la strategia per renderla innocua, per cui suggerì al Sovrano: «Sire, lasciate parlare lei del tempo, poi noi le parleremo dei suoi limiti!»
Sua Maestà gli rispose in un soffio: «Sei impazzito!» Ma in realtà era vittima della malia dell'immagine. Il falco, che aveva gli occhi bendati, non subiva il fascino della fosforescenza e aveva prestato orecchio all'arroganza del discorso. E poiché arroganza e cultura quasi sempre non vanno a braccetto, aveva tratto le sue conclusioni.
La sveglia berciò: «Come si divide il tempo?»
Prima che il Re potesse rispondere si intromise il falcone, con un insolito tono di galanteria: «E Voi, Signora, come lo dividereste?»
«Siete voi che dovete rispondere, non io» protestò in modo addolcito la sveglia.
Il falco riscaldò maggiormente il tono della voce: «Ma voi in questo modo non dimostrate di sapere….»
La sveglia fu punta: «Pensereste di me che sono un'ignorante se non vi dicessi che il tempo si divide in passato, presente e futuro!»
«Soltanto?» ribatté suadente il falco.
La sveglia ticchettò, nervosamente interdetta: «Ma certo, perché, in cosa altro vorreste dividere il tempo?»
«Signora, in una prima sommaria partizione» spiegò il falco, «io lo divido in memorie, occasioni e speranze, perché il passato non è tale se non contiene le nostre nostalgie, il presente è giusto se ci consente di realizzare l'attimo e nel futuro possiamo vedere tutto il bene che ci è dato di sognare».
«Ma… ma…» balbettò la sveglia: «Il tempo si divide in ore e minuti e secondi che io posso battere e ripartire».
«Ma potete ripartire il tempo psicologico di un sorriso?»
«… il tempo psicologico di un sorriso?» esclamò la sveglia: «E cos'è il tempo psicologico?»
«Vedete Signora» osservò lesto il falco «che non tutto potete conoscere?»
La sveglia dovette ammettere, poi, però, voleva sapere dal falco cosa fosse il tempo psicologico. Allora il pennuto le disse: «Signora, se voi libererete tutti questi uomini oppressi, il mio Signore e me, avrete la vostra risposta.
La sveglia acconsentì, e gli automi, pian piano ripresero il cammino verso la luce, tra lo stupore della gente rimasta in attesa.
Sua Maestà e il falco si attardavano per darle la risposta, che la sveglia chiedeva insistentemente. Allora il falco suggerì al suo padrone: «Signore dovete allontanarVi da me, ma prima di raggiungere la porta, so che deve esserci una finestra più grande a secondo piano. Sentivo più vento; Voi apritela, poi raggiungete la porta velocemente e uscite. Non vi preoccupate per me».
Il Re non voleva, ma fece ugualmente quello che gli veniva richiesto.
Quando il tonfo della porta diede al falco la certezza che il suo padrone fosse in strada, così rispose alla sveglia: «Non saprete mai per davvero cosa sia il tempo psicologico, Signora mia, perché la verità che Voi dovete accettare è che siete un oggetto meccanico; le creature animate hanno una conoscenza del tempo che è una percezione sensoriale; anche se ve la descrivessi nei minimi dettagli non riuscireste mai ad immaginarla, perché Voi siete inanimata.»
«No!» gridò la sveglia.
Il falco cieco volò nel buio fino al secondo piano, trovò la finestra aperta e volò liberamente verso la campagna.
Fece bene, perché le urla della grande sveglia crepavano pian piano la madreperla, sicché di lì a poco la Torre Maestra non fu che un cumulo di macerie.

Quinto capitolo

Sua Maestà nella piazza prospiciente una torre crollata cercava di scrutare il cielo. La folla lo distolse, lo portò in trionfo: aveva il suo eroe.
Ed aveva una certezza: che avrebbe vinto. Così non ci sarebbe stata più guerra. Per questo la gente aveva voglia di danzare, ed i festeggiamenti durarono fino all'alba.
Ma Sua Altezza era inquieto: l'ammonimento del Puka era stato chiaro, e lui aveva perso il suo falco.
Questi in realtà era altrettanto preoccupato. Si era lanciato dalla Torre alla cieca, persuaso solo di sfuggire alla malia della sveglia e si era inoltrato nella parte a sud della città, lontano dal mare, in direzione opposta alla stalla di Martino.
Per un po' aveva planato senza meta, pago solo di sentire il vento sotto le ali, poi aveva vinto la paura di urtare e si era deciso a ridiscendere ancora in basso.
Aveva volato rasente la campagna, ma gli odori gli dicevano che non era quella in cui aveva lavorato nei giorni andati.
Poi si impigliò nei rami di un boschetto; infine si decise ad invertire completamente la rotta.
Indecisa come lui, al tempo stesso, era la Principessa Ninfea.
Aveva sì promesso a questo prode cavaliere di poter giostrare con Re Remigio, ma trovava scostumato proporre al Sovrano un confronto decisivo con uno sconosciuto.
Pertanto camminava nervosamente per le sue stanze, tormentava di continuo il povero orsacchiotto; poi stabilì che avrebbe dovuto prendere una decisione.
Chiamò gli anziani, ascoltò per l'ennesima volta il racconto dell'impresa impossibile portata a buon fine, poi esclamò: «Ma non sappiamo chi sia?»
Gli anziani le fecero coro, con un mare di perplessità, anche perché, come è noto, questo giostrare assumeva un significato certo.
Giostrare per una donna significava, infatti, chiederla in moglie: e pensate cosa sarebbe accaduto se un plebeo, in mentite spoglie, avesse sconfitto un sovrano!
Ninfea non osava pensarci; ed il capo degli anziani era livido come un cencio lavato.
Alla fine dichiarò: «Principessa Ninfea, ve ne supplico, per il bene del paese: sposate Re Remigio. Questo avventuriero non avrà più niente da pretendere quando avrà visto la Vostra unione legittima».
Ninfea scoppiò in lacrime, e l'anziano tacque.
Quando si fu un po' calmata prese una improvvisa quanto strana decisione: chiamò il suo segretario personale e gli ordinò di prendere carta, penna e calamaio.
«Scrivete caro» lo incitò Ninfea.
«Sono pronto Signora» rispose il cortigiano.
E Ninfea dettò:

Egregio Remigio,
con questa mia informale vengo a farVi una proposta di pace: vorremmo Voi la accoglieste felice, perché potrebbe porre fine alla diatriba che insanguina da ormai dieci anni le nostre contee. I nostri morti chiedono giustizia e, per il bene della Patria, qualunque sacrificio non è che un'inezia.
Abbiamo da poco scoperto in paese un valido eroe nazionale, che si è cimentato in un'impresa in cui diversi sovrani avevano fallito. Essi sono oggi liberi grazie a lui e possono esserVi testimoni di detta impresa, che consiste nell'aver sconfitto il mostro della Torre di Madreperla.
Egli ha chiesto di porre fine alla nostra guerra, confrontandosi con Voi in singolar tenzone. Obietterete come lo possa fare solo un Re, ma costui sostiene di non recarVi offesa alcuna, alzando la lancia contro di Voi.
Comprendo bene la singolarità della proposta, ma vorrei foste lieto di accettarla quale armistizio possibile, dopo anni di violenza
Sentitamente Vostra
Ninfea

Il cortigiano la guardava sbalordito, ma piegò il plico senza proferir parola e chiamò subito un corriere regale. Mai dispaccio fu recapitato in tanta fretta. E mai ebbe reazione più violenta, perché Remigio, per dieci anni, non aveva avuto avversari. Non faceva altro che girarlo e rigirarlo tra le mani, ben consapevole di apparire iniquo e perverso nel non accettarlo, ma soprattutto poco galante nei confronti della donna che si accingeva a voler sposare.
Era un uomo ormai quasi anziano: stanco delle armi, e la sua era una guerra di espansione, di conquista. Che ci fosse di mezzo una bella donna era un pretesto.
Solo lo infastidiva l'impudenza di questo sconosciuto, che, però, doveva essere temibile, se aveva sconfitto il mostro della Torre.
Remigio non aveva né l'età, né la voglia di misurarsi corpo a corpo. Riteneva la sua una guerra vinta in partenza: prima o poi Ninfea avrebbe avuto bisogno di un uomo accanto e non di un orsacchiotto e si sarebbe rivolto a lui.
L'orgoglio virile e la gelosia lo spinsero all'azione. Ninfea ricevette un dispaccio che diceva: «Accetto. Remigio».
E così chiamò gli anziani a sé, affinché stabilissero il giorno e le regole del Torneo.
Quando dovettero comunicarle al Sovrano di Vallelanza si resero conto del fatto che questi abitava in una stalla , ed era ospite di due bambini contadini.
Purtuttavia era la loro sola speranza.
E di speranza viveva anche un falco errante, incappucciato, che per sbaglio, si era impigliato, con le zampe, nel recinto reticolato di un campo di grano.
Lì lo trovò Sua Altezza, privo di forze, che si agitava debolmente, cercando di liberarsi.
Con delicatezza il Sovrano ne sciolse i legami, ed il falco svenne, esausto tra le braccia del suo padrone.
Quelli che seguirono furono giorni di preparativi febbrili. La città sembrava in festa. Le maestranze locali costruivano palchi e pedane, da cui la folla poteva seguire il duello. Fu installato il palco regale.
Le navi di Re Remigio avevano preso il largo ed i cittadini si fermavano ad ammirare il mare. C'era nell'aria un presagio di festa; ed a questo contribuiva il banditore, che continuava a ripetere per le strade la data e l'ora dell'incontro.
Tutti pensavano che questo grande gioco avrebbe posto fine alla guerra.
Nella sua stalla, Martino, nominato scudiero per l'occasione, cercava di prendere dimestichezza con le armi; Sua Altezza faceva esercizi ginnici.
Ma non meno preoccupato di lui era il suo avversario. Per dieci anni aveva diretto una guerra fatta dagli altri, dall'alto di un trono; aveva dato dispacci, ascoltato il conto delle perdite, ma non aveva più sollevato la spada, né visto una goccia di sangue. Una guerra di comodo insomma.
Ora doveva giostrare di persona, misurare il peso del proprio corpo con quello dell'altro, sentire il respiro dell'altro da sé.
Provò e riprovò davanti allo specchio una lucida e nuova armatura. Si pavoneggiò e pensò che Ninfea non avrebbe potuto resistergli.
Poi scelse per sé il suo cavallo favorito: un cavallo arabo di nome Fulmine. Ma non sapeva di confrontarlo con un cavallo zoppo.
Finalmente venne il giorno stabilito.
Sul sagrato della piazza centrale era già tutto pronto. Due tende erano state piantate, a distanza, ai lati del grande palco che costituiva l'alloggio della corte di Sua Altezza la Principessa Ninfea. Martino cercò di svegliare per tempo il suo padrone, ma questi aveva vegliato tutta la notte, come fanno i cavalieri prima di combattere.
Di buon mattino gli scudieri, portarono armi e cavalli sul luogo di combattimento.
Sua Altezza avrebbe voluto portare il falco con sé, ma non era consentito in combattimento, per cui fece sistemare un trespolo all'ingresso della sua tenda, dal quale, se non avesse avuto il cappuccio, il falco avrebbe potuto vedere tutto.
Quando il banditore incominciò a far rullare i tamburi due rigide armature si fronteggiavano in lontananza.
Ma Sua Altezza era inquieto, e non solo per la consapevolezza del difetto del suo cavallo. Come un'eco gli risuonava nelle orecchie il rimprovero del puka: «È per questo che ti vuole Re il tuo popolo, per misurare le tue capacità e la tua abilità soffocando nel sangue il respiro di povere bestiole che non hanno colpa alcuna nei tuoi confronti e nei confronti della vita?» Ritto sul suo cavallo, appoggiato alla lancia, con la visiera ancora alzata, pensava: «Ecco un'altra creatura che non ha colpa alcuna nei miei confronti e nei confronti della vita!»
Sapeva bene di combattere per una donna, per Ninfea, ma combatteva un uomo che era stato respinto per dieci anni! Insomma combatteva contro uno sconfitto!
Il rullo dei tamburi distolse la sua attenzione per lasciar spazio all'ingresso trionfale della corte. Per ultima, preceduta da splendide damigelle, prese posto Ninfea, stringendo tra le braccia il prezioso orsacchiotto.
Dire che fosse bella sarebbe sminuire il fascino dell'intero firmamento.
Sicchè quando i tamburi, come per rito, invitarono i contendenti a presentarsi all'unisono al trono, Remigio dovette a lungo tenere a freno Fulmine, concludendo, tra sé e sé, che il suo rivale non fosse un buon estimatore delle donne.
L'andatura più lenta, invece, conferiva al nostro Re la signorilità che si acquista col distacco dalle cose.
Così, con comodo, con la visiera alzata, i due sovrani si accostarono al palco, e, come consuetudine, tesero la lancia, in atto di omaggio, verso la principessa, la quale fu lesta nel privarsi di un velo che portava al polso per annodarlo al puntale del nostro eroe, in segno di favore.
Sua Maestà pensò, per un attimo, intimamente di aver già vinto, ma Re Remigio aveva la stessa sensazione, perché, fraintendendo il gesto di Ninfea, aveva pensato che volesse ingelosirlo.
Nel tempo di un attimo, riprese le proprie posizioni, attesero il rullo di tamburo che segnava l'inizio del combattimento e si lanciarono a galoppo, con la visiera celata, l'uno contro l'altro.
Inutile dire che il galoppo impetuoso di Fulmine ebbe il sopravvento sul nostro povero cavallo zoppo, ma Sua Altezza sapeva di non poter contare sul povero animale, per cui, appena a terra, si risollevò con un balzo ed attese a piè fermo di disarcionare l'avversario. Non gli riuscì difficile, ma, una volta a terra, Re Remigio iniziò a combattere con tutta la foga di una stanchezza atavica.
Combatteva come se volesse che ogni colpo fosse l'ultimo, con precisione ed accanimento.
Ma Sua Altezza sentì subito di avere a confronto un avversario fiacco e demotivato, per cui dapprima cercò di parare i colpi, poi si mise ad assestare fendenti. I suoi erano colpi buoni, e andavano a segno, ma non davano al nostro Re la soddisfazione che ne avrebbe ricavato un tempo.
Era sempre stato un ottimo uomo d'arme, ma una insoddisfazione sottile si era impadronita di lui.
Guardò a fondo il suo avversario, quello che era: un uomo stanco di dieci anni di guerra, un uomo stanco del diniego costante di una donna e disse tra sé e sé: «Non devo necessariamente ucciderlo!»
Un'impresa più semplice a dirsi che a farsi, perché Remigio, per disperazione combatteva ed il Sovrano di Vallelanza era costretto a ricambiare, per non cedere ai suoi colpi. Allora pensò alla lezione del Puka, che non lo aveva privato della vita per la colpa commessa, ma della dignità del suo ruolo. E gli vennero in mente certi giochi che il suo maestro d'arme gli aveva insegnato da ragazzo. Pensò fosse giunto il momento di adoperarli e, respingendo con forza un fendente più pericoloso di Re Remigio, iniziò, con sistematicità, ad allentare le cerniere dell'armatura dell'avversario. Ancora un paio di colpi e la corazza cedette. Poi toccò ai gambali.
Remigio sbalordito combatteva, con la sola cotta di maglia; poi anche quella cedette, fra le urla festose della folla che trovava la cosa un gioco divertente. Finché il nostro Sovrano non approfittò dello sbalordimento di Remigio, il quale cadde in ginocchio.
«Arrendetevi Signore» gli intimò puntandogli la spada contro la gola, sotto l'elmo, che, ormai solo, lo rivestiva: «Del resto siete in mutande. Avete perso, non avete nulla della consapevolezza della Vostra regalità»
Remigio rispose: «Uccidetemi, Signore, non sopravviverò a quest'onta»
«No, Sire, non sarà necessario. Voglio solo che togliate l'assedio a questa città e liberiate Ninfea del vincolo di fidanzamento che aveva contratto con Voi»
In un soffio Remigio disse: «Accetto».
Allora il nostro Re lo lasciò libero, per recarsi dalla Principessa Ninfea, la quale, felice, gli chiese finalmente di presentarsi: «Sono il Sovrano di Vallelanza, Padrone e Signore delle Roccaforti di Piombi, d'Oltralpe e di Belsito, Signora, e sono pronto a chiedere la Vostra mano, se avrete la bontà di cedere a me quell'orsacchiotto che ho preso tra le braccia una notte, nella certezza che in cambio Vi sarà restituito un dono di maggior valore».
La Principessa rise e poi disse: «So come lo avete salvato con premura da una caduta rovinosa, non me lo chiedete per ucciderlo o per uccidere la parte di me che si chiama infanzia».
Allora prese l'orsetto e lo tese verso Sua Maestà che in quel mentre veniva distratto da una cosa. Tuttavia lo afferrò, poi si scusò con Ninfea, per avvicinarsi alla sua tenda, dove un falco bendato non stava più nelle penne, ed un Puka gigante indossava, non si sa bene perché, un cappello da fata.

Nuovo appuntamento con "Le parole di Sherazade" di Liliana Salerno martedì 27 ottobre
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