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Ciao Sergio...

Un ricordo del dottor De Mango

Nel percorrere la statale 16 che ogni mattina mi porta in centro per "la gazzetta", molto spesso trovo il semaforo rosso allo stop della villa comunale, all'altezza dello stretto passaggio "delle Termopili Biscegliesi" dove i miei concittadini burloni, molti anni fa, "gavettonarono" il Giro d'Italia procurando una caduta in massa dei ciclisti (e un ricordo indelebile della città del manicomio).

In quel punto, come tutti sapete e alcuni di voi immagino facciano, nel rivolgere lo sguardo verso sinistra, mi imbatto ogni giorno nei necrologi. Il mio rapporto con questo "cartellone", negli anni, è cambiato profondamente. Dall'insofferenza dell'infanzia, contrassegnata dalla vivacità e dalla forza che scaricavo sui pedali della bicicletta, alla spiritosaggine dello stop col Corsarino nella prima giovinezza, all'indifferenza negli anni del liceo e dell'Università sul Corsaro 125, fino alle prime riflessioni negli anni '70 a bordo della Bianchina e poi ancora della Mini 1000, fino ad oggi in cui, sempre lì, il "cartellone" mi ricorda la caducità della vita. Caducità che vale magari solo per gli estranei o i conoscenti, ma quando si tratta degli amici il "discorso" cambia radicalmente!

Il dolore del lutto: mi sembra superfluo riprendere nella mente il ricordo, per fortuna sedimentato, del lutto per i genitori.

Quella mattina del 18 dicembre ho provato un dolore sordo, profondo, cosciente, non lontano e allora, ancora fermo allo stop del semaforo, nel tentativo di scrollarmi di dosso questa sensazione sgradevole e pericolosa, ho ripreso nella mente la sua voce frizzante, il suo sguardo penetrante, il suo piglio sicuro, quel modo del tutto originale nel rapportarsi agli altri e a me in particolare, di fare prima un passo in avanti e poi un passo di lato, fino poi a fare un passo indietro, mentre raccontava un episodio di vita, un pensiero dell'Università, un desiderio della professione, un fatto della vita.

E sì che di anni ne abbiamo condivisi, sul treno per Bari, e poi alla stazione in attesa. Lui era sempre positivo, prudente, riconoscente, fiducioso, impegnato. Per me, un riferimento importante; e se poi il discorso si faceva troppo serio, aveva ogni volta la capacità di tirare fuori una battuta ad effetto, che sollevava il tono dell'umore. E di queste battute, di queste frasi a effetto ne ricordo parecchie.

Fra tante, una che ho ben in testa: una considerazione amara che inaugurò i nostri anni di servizio presso la guardia medica. Eravamo in circolo vicino al pronto soccorso dell'ospedale di Bisceglie: eravamo in tre la domenica mattina e certo in camice bianco c'erano anche i colleghi del pronto soccorso, quando a un certo punto, nel discorrere amabilmente del nostro nuovo servizio della guardia medica (eravamo nei primi anni '80) e della percezione che evidentemente trasmettevamo ai nostri cari, affettuosi, e colti concittadini era proprio quella che lui ci voleva dire in quel preciso momento...

«Ieri sera in villa, mentre passeggiavo, ho sentito due amici che parlavano ad alta voce tra di loro..:
- "Ou Sèrgene... t'agghia déce na cause: megghiéreme nan stè bbóne è cràie è demèneche... e u dottóre nan ge stà. Nan zacce cóm'agghia fò. Tène le delìure o véndre".
- "Mauréne e allóre nan sè néinde? E c'è dà... crè maténe vò o spetòle... vò! Stònne le dottóre a scecuò; tu mìtte ìnde alla mècchene, u póurte a ddò vóu, te fè fòie tutte chère che vóu... e pó u l'asse e u mènne a fà 'nghìule!"».

Erano i primi mesi della guardia medica e Sergio De Mango aveva ben capito il senso del servizio nella nostra comunità!

Un particolare ringraziamento a Nicola Ambrosino per la trascrizione del discorso in dialetto
  • Antonio Marzano
  • dottor Antonio Marzano
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