Alba
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Le ragnatele di Ersilia

L'alba di un nuovo giorno

Rubrica di cultura e società

Mio nonno dice che quest'anno il Natale è arrivato all'improvviso.
Ho impiegato molte ore per capire il senso di questo pensiero e sono giunta alla conclusione che soltanto la saggezza dei nostri nonni possa aiutarci a capire questo nostro sciagurato presente.
Di sicuro lo scorrere lento dei giorni, a proteggere un corpo in solitudine, ha modificato la percezione del tempo e dello spazio. E chi è scampato alla guerra e alla fame avverte ora, dopo tantissimi anni, l'imminenza di un pericolo che non dà tregua.

Quest'anno sono morti tantissimi anziani, nella triste indifferenza di chi pensa che gli anziani debbano comunque morire. Sì certo, la morte arriva per tutti e le probabilità che avvenga presto per un individuo avanti con gli anni sono maggiori ma arrivare a ragionare su chi deve vivere e chi deve morire fa pensare agli anni di terrore e prigionia dove, durante l'olocausto, si decideva chi fosse idoneo al lavoro e produttivo e chi, invece, dovesse essere scartato e quindi destinato all'abbandono.

Agli anziani morti senza un abbraccio e un funerale durante la pandemia dovremmo erigere un monumento, come ai caduti di una guerra che sono morti in terra straniera senza che i loro corpi siano mai tornati a casa. E dovremmo porgere dei fiori per tutto il tempo che non gli abbiamo dedicato e tutte le carezze mancate.
La realtà è che siamo convinti che la vita di un giovane valga più di quella di un anziano. E questa idea è un caposaldo della nostra evoluta civiltà occidentale. Una civiltà che costruisce i luoghi dell'abbandono dove ti sistemi e aspetti che arrivi il tuo turno.
Assieme agli anziani quest'anno abbiamo perso, forse per la prima volta, quell'assurda presunzione che avevamo di aver compreso tutto, di aver trovato la chiave interpretativa di ogni cosa.

Le certezze sono crollate e la scienza arranca. E su ogni cosa abbiamo costruito una tesi ed un'antitesi ma mai una sintesi che ci aiutasse a capire le cose.
E poi il silenzio. Sì un anno di silenzi talmente assordanti da farci rabbrividire. Le storie mancano perché le storie sono un insieme di fatti e di individui che si alimentano l'un l'altro e che oggi hanno smesso di vivere. Siamo come una vecchia macchina che si mette in moto soltanto per raccontare di un passato lontano.

Siamo un presente senza un racconto. Ed ogni giorno facciamo la conta di ciò che è indispensabile e ciò che non lo è.
La musica e tutte le arti in genere sono state relegate in uno spazio digitale dove puoi godere di un concerto senza occupare un posto e pagare il biglietto. La musica è quella cosa di cui potremmo fare anche a meno e i teatri restano vuoti magari destinati a diventare, chissà, dei grandi supermercati.
La musica è un rito e, come accade a tutti i riti, se vengono interrotti poi ti convinci che non siano più necessari.
Chiusi nella nostra individualità, ci siamo abituati a stare lontani dagli altri. Noi e il nostro schermo, abbiamo dimenticato quanto fosse bello sedere accanto a qualcuno, guardarci negli occhi e scorgere le parole dal movimento delle labbra.

Il senso di comunità va esaurendosi e di sicuro, come accade per ogni meccanismo sociale, mutueremo dalle nostre nuove abitudini qualcosa che resterà con noi per sempre.
La didattica a distanza, le video conferenze, le dirette Facebook saranno la normalità e non più l'eccezione. Perché si abbarbica sempre tutto ciò che comporta un minor dispendio di energie e risorse e prospera poi all'infinito.
La mascherina, segno del nostro tempo e di un anno infausto, lascia però scoperti i nostri occhi.

Agli occhi la possibilità di scorgere nuovi orizzonti, di guardare oltre il confine, di incamerare sempre più così come fanno i poeti che non permettono mai alle belle immagini di abbandonare la propria mente.

Al cuore il compito di accogliere il nuovo anno che di sicuro ci regalerà quella normalità che ci manca. Immaginiamo che tutto sia possibile, il segreto sta proprio nel convincersi che ci sia sempre qualcosa di meglio. Esiste nella nostra mente un posto lontano che deve essere sempre presente come una speranza che non muore mai. Questo luogo Pino Daniele lo vive in una sua canzone. Si lascia teletrasportare su di una spiaggia lontana dal mondo e si ritrova attorno ad un falò. Lì incontra una ragazza dai capelli nerissimi, bella come la Luna che da luce al suo volto pieno di sudore. Ballano fino all'alba e all'arrivo del Sole e poi salpano sul Ferryboat. A noi non resta che attendere l'alba di un giorno nuovo e lasciare ad ognuno il proprio mondo, il proprio sogno, la propria canzone.
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