Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini
Le ragnatele di Ersilia

Un po' padre un po' figlio

Rubrica di cultura e società

Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
Lettere Luterane
Pier Paolo Pasolini


Uno degli slogan più affascinanti e intriganti lanciati dalla politica in questo lungo periodo di quarantena e che ha stimolato conversazioni, agitato i pensieri e generato speculazioni filosofiche, credo sia stato questo: niente sarà come prima.

C'è chi ha ipotizzato un futuro migliore perché l'isolamento forzato e la paura di un contagio avrebbero dovuto farci diventare uomini e cittadini più onesti e rispettosi dell'ambiente e più desiderosi di un cambiamento; c'è chi, invece, ha ipotizzato un futuro che facesse un passo indietro, un semplice passo indietro, perché consapevole che il futuro non potesse più esprimere nulla di nuovo, nulla di quanto già detto sino ad ora.

La letteratura è stracolma di immagini sul futuro. Abbiamo ipotizzato tutto e abbiamo cominciato a pensare che il futuro fosse a portata di mano già dal momento in cui abbiamo potuto disporre di un catalogo che contiene noi e le cose ed il mondo intero. Un catalogo purtroppo pieno di immagini di violenza, di giovani violenti che rifiuterebbero in dialogo con gli adulti, giovani che non sono grati alla famiglia e alla società per quello che oggi possiedono.
Ma di cosa i nostri figli dovrebbero essere grati?

Una delle cose più tristi di questo momento storico credo sia questa conta di cosa è indispensabile e cosa non lo è. E, ahimè, le cose vitali sono passate in secondo piano e stanno patendo l'indifferenza di molti. Per fortuna non di tutti.
Quando accadono cose straordinarie la paura prende il sopravvento e la vita viene stravolta così come è stata stravolta la nostra. E, quando non riusciamo a riprenderci la vita che avevamo, abbiamo bisogno di trovare un capro espiatorio.

Siamo fatti di corpo e di spirito ma oggi anche di Rete, che a volte ci unisce altre ci divide. E sui social gira un'immagine a dir poco sconcertante: c'è un medico (o forse un infermiere) con camice e protezione anti Covid che domina dall'alto un gruppo numeroso di ragazzi che passeggiano in un centro cittadino e consumano cibi e bevande davanti ad un bar. Il medico dice: «Sono morto per voi».
Questa è l'immagine migliore che la seconda fase di questa emergenza potesse partorire. Ed il popolo applaude, commosso e orgoglioso, per aver finalmente trovato il capro espiatorio di questo flagello.
Queste immagini dovrebbero indurci a pensare e riflettere, credo, sulla pericolosità di un virus che ha sconvolto la nostra esistenza e dovrebbero, dico dovrebbero, (immagino sia questo l'intento) educare le giovani generazioni ad un comportamento corretto e non lesivo soprattutto nei confronti dei genitori.
Peccato, però, che l'effetto non sarà questo.

Immagine a parte, in questi giorni i media e l'opinione pubblica si stanno concentrando sulle possibili conseguenze che i giovani e le loro serate all'aperto potrebbero avere sulla ricomparsa di focolai nelle nostre città.
Il popolo applaude ed è lo stesso di sempre, non esiste un salto evolutivo, non c'è un barlume di speranza che ci possa far pensare che l'uomo possa evolversi in qualcosa di diverso.

Ma cosa è un capro espiatorio?
Il capro espiatorio era un capro, così narra la Bibbia nel Levitico, che veniva condotto da un sacerdote fuori Gerusalemme , a cui venivano addossate tutte le colpe degli Israeliti e veniva fatto precipitare da una rupe. I peccati, in questo modo, uscivano da Gerusalemme e la comunità era salva.
I riti permangono, attraversano i secoli e si compiono in maniera diversa ma noi restiamo gli stessi di sempre. E il male e le colpe si cancellano in questo modo, addossandole a chi non può difendersi, a chi è più fragile e più ingenuo, a chi dovrebbe essere l'educando invece dell'educatore.
Il male proviene necessariamente da qualcuno o da qualcosa e ora, non potendo dire che il Covid-19 lo hanno portato gli africani, e non potendo addossare la colpa ai cinesi perché gli scambi commerciali e le intese ce lo impedirebbero, diciamo che se il virus rimarrà tra noi la colpa sarà dei nostri figli.
La ripresa dovrebbe partire dalle nostre coscienze prima che dalle nostre tasche ma il guaio è che certe cose , come la felicità dei nostri figli, non sono più una priorità.

Abbiamo di sicuro dimenticato che i nostri bambini e i nostri ragazzi in questi mesi di pandemia si sono privati di un bene preziosissimo, e cioè della loro libertà e dei loro diritti essenziali. Tra questi poter uscire, frequentare i loro amici, amare, andare a scuola. La scuola è soprattutto un loro diritto oltre che un dovere ma molti lo hanno dimenticato. E, invece di pensare a delle soluzioni per riorganizzare la riapertura di scuole e Università, il Governo ha deciso che per la loro felicità sia più importante riaprire le discoteche.
Dopo il ridimensionamento della Chiesa e dei suoi riti, per noi essenziali, assistiamo al ridimensionamento della Scuola tutta. La scuola può essere trasmessa in differita come la messa perché se sei studente o fedele ti infetti, se sei frequentatore di discoteche no. Questo non accade secondo delle logiche perverse ma secondo un meccanismo molto semplice: i giovani e i credenti non vanno difesi, sono l'anello debole di questa triste storia.

Esiste una pagina bellissima della nostra letteratura dedicata ai giovani e alla loro felicità nelle Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini.
Pasolini osserva le cose e il mondo da antropologo ed esalta tutto ciò che di umano ed innocente resta nella nostra società. Lo fa con la poesia, preservando il dialetto come lingua pura e incontaminata; lo fa con la prosa, parlando e rivolgendosi ai più grandi pensatori del suo tempo; lo fa lui, come padre ideale ed i padri ideali molto spesso sono migliori di quelli naturali. Un padre ideale che non ha mai smesso, però, di essere figlio.

Pasolini riflette sul perché i figli siano sempre puniti per delle colpe che non hanno commesso. I figli patiscono le colpe dei padri. Ma quali erano, secondo lui, le colpe dei padri? Di cosa i padri si erano resi responsabili? A parte il fascismo, i padri erano colpevoli di aver accettato una nuova forma di potere, la più totalitaria di tutte, il potere dei consumi, "ultima delle rovine, rovina delle rovine".
Il consumismo ci aveva resi uguali, aveva generato una mutazione antropologica, aveva reso uguali le storie dei figli dei borghesi e quelle dei figli dei proletari ed aveva svelato il suo carattere totalitario a cui nessuno si era opposto, né quelli di destra né tantomeno quelli di sinistra.
Era in atto una grande mutazione delle coscienze ed un appiattimento culturale in una società convinta che il male peggiore del mondo fosse la povertà.

Le mutazioni, generando qualcosa di nuovo, sacrificano sempre qualcos'altro. A volte qualcosa che è più importante. E il sacrificio riguarda molto spesso la felicità. In quegli anni Settanta del '900 era la felicità dei figli dei proletari che andava preservata, la loro semplicità, la loro lingua, la loro ingenuità, la loro innocenza. Al contrario, i proletari cominciarono a riempire i loro figli di cose inutili.
Dagli anni Settanta, da quando cioè Pasolini scriveva queste lettere, è passato tanto tempo ma i padri non sono cambiati e i nostri figli non sono più felici di allora.

Vediamo i nostri figli davanti a un bar a sorseggiare una bevanda alcolica e pensiamo che siano degli incoscienti e che se ne infischino della nostra salute. In realtà non è così. In realtà i nostri figli non fanno altro che occupare e vivere gli spazi che noi adulti abbiamo pensato, costruito e offerto loro. Al posto della scuola e dei giardini gli abbiamo offerto pub, bar, discoteche e vino a volontà. E le discoteche non sono certo degli spazi ideali, degli spazi della felicità e dell'armonia. La felicità e l'armonia sono date da quelle cose che ci preservano come esseri umani in un ambiente fatto di pochi elementi naturali ed essenziali. Come quegli elementi che rendono belle le città di Italo Calvino.

Zenobia era una delle sue città invisibili, una città che possedeva elementi capaci di preservare i suoi abitanti e regalare loro la felicità.
Zenobia è una città immaginata con delle palafitte e delle scale sospese, una città in cui, nonostante sorgesse su di un terreno asciutto, le abitazioni erano altissime e poste su trampoli, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono. E poi marciapiedi pensili, barili di serbatoi d'acqua, girandole marcavento.
Le città poi mutano, si evolvono e anche Zenobia comincia a cambiare. Ma per gli abitanti di Zenobia la felicità sta nel poter ricombinare gli elementi, gli stessi elementi originari. Perché, pur mutando, la loro città riesce sempre a dare forma ai desideri. La città evolve ma loro riescono a ritrovarsi in quei tetti a cono, in quei marciapiedi, in quelle girandole, in quegli elementi che ritroveranno nelle città a venire.
Oggi, invece, abbiamo solo due possibilità: i desideri, o riescono a cancellare le città o ne sono cancellati.

Martedì sera, 2 giugno, la nostra città, Bisceglie, è stata cancellata dai desideri. Perché i desideri di alcuni ragazzi nella piazza centrale, hanno cosparso il pavimento di sangue. «Gli adolescenti sono quasi tutti dei mostri» dirà Pasolini nelle Lettere Luterane, e «non c'è gruppo di ragazzi, incontrato per strada, che non potrebbe essere un gruppo di criminali».
I nostri ragazzi potenzialmente sono tutti dei criminali anche se nei loro occhi si legge tanta voglia di vivere.
Ma qual è il problema fondamentale?
Per Pasolini resta questo: i padri hanno smesso di agire, si limitano a capire e accontentarsi di capire equivale ad essere indifferenti. È l'azione che qualifica e un padre che ama deve agire.
I padri hanno cessato di amare i propri figli e hanno concesso loro beni superflui. Certo, i beni superflui possono essere concessi, a patto però che vengano assicurati i beni necessari.

Oggi, ciò che è necessario e ciò che è superfluo non lo decidono i nostri figli e non lo decidono neanche i padri.
Da adolescente ho avuto la libertà di scegliere cosa fosse per me necessario. E non posso non ricordare le mie priorità di allora.
La mia priorità, a giugno, dopo la chiusura della scuola, era uscire di casa, percorrere una strada bellissima, via Ricasoli, scendere giù in spiaggia e restarci fino al calar del sole. Poi risalire a piedi scalzi, con il costume indurito dal sale e con la pelle che bruciava. Senza segugi, senza programmi nella testa, avevo solo tanta voglia di respirare quell'odore di alberi di fichi che inondava quella strada. E questa felicità me la porto addosso ancora oggi, anche se sono adulta e madre, perché la felicità la si costruisce da giovani e poi te la porti dentro sempre.
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