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Il Ponte dell'Almà
Capitolo trentottesimo
"Il Ponte dell'Almà", il nuovo romanzo a puntate del dott. Antonio Marzano
domenica 7 giugno 2026
Il nostro incontro ha aggiunto molto alle nostre conoscenze. Elena ha fatto rivelazioni importanti, dalle quali il maresciallo ed io dovremmo partire non solo per ulteriori indagini ma anche per decidere eventualmente di rimettere tutto nelle mani delle forze dell'ordine.
Emanuele nel salutarci mi ha fatto un'alzata di spalle. Come la devo interpretare?
Sembra che mi abbia voluto dire: «non ne vale la pena... è tempo perso... non approderemo a niente».
Come dargli torto?
Tra l'altro Elena non ha consegnato il telefono della sorella ai carabinieri. L'ha tenuto per sé!
Ma forse un modo c'è per aprire le indagini, le ufficiali: fare una regolare denuncia da parte della sorella e del marito e consegnare, dicendo di averlo casualmente ritrovato, il telefono di Franca.
I carabinieri avrebbero scandagliato nella memoria del cellulare e avrebbero potuto individuare i responsabili dei messaggi e il senso di tanta richiesta.
Era una buona idea? Sarebbero stati d'accordo a seguire questa linea? E Ottavio come avrebbe reagito alle notizie degli sviluppi delle indagini? E i bambini cosa avrebbero pensato della mamma? Quale dolore avrebbero dovuto sopportare dopo quello devastante della sua morte?
«Perché, perché mamma ci hai lasciato, perché?»
Sento nelle orecchie le urla disperate dei bambini che mi perseguitano. Vorrei poter dare loro una risposta, una consolazione... ma non ho nulla con cui poterli aiutare... nulla!
Penso al tempo che dovrà passare... ma di quanto tempo avranno bisogno e soprattutto ne verranno mai fuori e come?
Sono troppe le domande che mi si affollano nella testa. Ed io non sono nessuno per poter fare qualcosa per loro.
L'inverno è particolarmente freddo.
Sarà vero o sono io che, ridotto più o meno all'immobilismo, non produco più energie né fisiche né mentali?
La sensazione è quella di stare affacciato alla finestra ed osservare il mondo che mi sfila davanti e di questo mondo non essere più protagonista ma solo spettatore.
Non voglio lasciarmi prendere dalla malinconia e dallo sconforto. Devo reagire: e lo devo fare subito. Anche perché mi sono mostrato debole agli occhi della collega pediatra, una vera vipera velenosa, che piuttosto che ringraziarmi del contributo professionale ed umano dato durante la rianimazione della neonata nata da pochi secondi e ritornata in vita con le mani esperte e le manovre competenti della rianimatrice, mi ha apostrofato come un incapace e desideroso solo di soldi.
«Tu prendi con tre quattro guardie più di quanto prendo io in un mese.»
Ho avuto allora una ennesima dimostrazione di quanto la Sanità sia cambiata e in quali mani sia finita!
Tornando a casa provo uno smarrimento profondo, come mi capita spesso. Ed ora molto spesso da quando non ho più certezze.
L'auto scivola veloce sull'asfalto dell'Autostrada del Sole.
«Lino, Lino» diceva mio padre, «andiamo al ponte dell'autostrada».
Ed io prendevo il pallone e con il 1100 raggiungevamo il ponte. E lì iniziavo a correre, a saltare, a raccogliere fiori, ad inseguire le lucertole, fino a quando poi andavano giù sull'autostrada in costruzione. Ai miei occhi di bambino era una strada gigantesca, abituato alla statale 16 ed alla strada tutta curve che collega Molfetta con Bitonto.
Ero affascinato da tanta grandezza e mio padre mi sottolineava la perizia degli ingegneri e la forza delle maestranze. I primi nello studiare il tracciato e le seconde nel mettere in opera l'impresa.
Erano gli anni Sessanta, quelli della «ripresa economica», gli anni in cui in Italia si producevano automobili solide ed eleganti. La FIAT di Gianni Agnelli dominava il mercato italiano ed europeo, senza dimenticare la LANCIA elegante e raffinata e l'ALFA ROMEO con le sue spider, le cabrio e le Alfa della Polizia, fino all'AUTOBIANCHI, auto di nicchia, una vera sprinter per giovani esuberanti.
In casa poi gli elettrodomestici erano tutti italiani: ZOPPAS, SINGER, OLIVETTI; tutti prodotti italiani: frigoriferi, cucine, lavatrici e poi radio, televisori eccetera.
L'Italia della ripresa economica.
Mio padre ne era fiero, tanto fiero che si sentiva appartenere a questo «miracolo economico», al quale si era preparato studiando Medicina a Bari durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, 1939-1945, e poi con la Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia conseguita all'Università di Padova negli anni 1945-1950.
Spesso ricordava la decisione di Benito Mussolini di esonerare gli studenti di Medicina dal partecipare alla Campagna di Russia, dalla quale lui non sarebbe mai tornato, e di svolgere il servizio militare presso gli ospedali di Thiene e Padova, dove si era ritrovato a visitare e curare tanti giovani militari italiani feriti di ritorno dalla Russia.
Io bambino ero ammirato nell'ascoltare la sua storia e negli anni successivi ho sempre nutrito per mio padre ammirazione, riconoscenza ma anche un po' di rancore per quanto lui avesse fatto come figlio di contadino e per la mia certezza di non poter mai competere con le sue capacità ed i suoi traguardi.
«Fai il tuo dovere e ricordati che noi svolgiamo la professione di medico per la PROFESSIONE, non per il DENARO» diceva.
Anche questo insegnamento mi aveva sostenuto nell'abbandonare su due piedi il mio ruolo di «gettonista».
Piuttosto che ricevere un grazie per aver aderito all'appello della Regione Marche di dare la disponibilità di coprire turni di guardia nei reparti di pediatria, vista la carenza di colleghi strutturati, ero stato offeso e calunniato di svolgere il ruolo da incompetente e desideroso solo di soldi.
Per me era troppo.
I soldi, i soldi... anche nella Sanità il verbo era diventato: i SOLDI.
Sono arrivato alla fine a casa.
Ora ri-iniziava la storia di Franca e Ottavio.
Emanuele nel salutarci mi ha fatto un'alzata di spalle. Come la devo interpretare?
Sembra che mi abbia voluto dire: «non ne vale la pena... è tempo perso... non approderemo a niente».
Come dargli torto?
Tra l'altro Elena non ha consegnato il telefono della sorella ai carabinieri. L'ha tenuto per sé!
Ma forse un modo c'è per aprire le indagini, le ufficiali: fare una regolare denuncia da parte della sorella e del marito e consegnare, dicendo di averlo casualmente ritrovato, il telefono di Franca.
I carabinieri avrebbero scandagliato nella memoria del cellulare e avrebbero potuto individuare i responsabili dei messaggi e il senso di tanta richiesta.
Era una buona idea? Sarebbero stati d'accordo a seguire questa linea? E Ottavio come avrebbe reagito alle notizie degli sviluppi delle indagini? E i bambini cosa avrebbero pensato della mamma? Quale dolore avrebbero dovuto sopportare dopo quello devastante della sua morte?
«Perché, perché mamma ci hai lasciato, perché?»
Sento nelle orecchie le urla disperate dei bambini che mi perseguitano. Vorrei poter dare loro una risposta, una consolazione... ma non ho nulla con cui poterli aiutare... nulla!
Penso al tempo che dovrà passare... ma di quanto tempo avranno bisogno e soprattutto ne verranno mai fuori e come?
Sono troppe le domande che mi si affollano nella testa. Ed io non sono nessuno per poter fare qualcosa per loro.
L'inverno è particolarmente freddo.
Sarà vero o sono io che, ridotto più o meno all'immobilismo, non produco più energie né fisiche né mentali?
La sensazione è quella di stare affacciato alla finestra ed osservare il mondo che mi sfila davanti e di questo mondo non essere più protagonista ma solo spettatore.
Non voglio lasciarmi prendere dalla malinconia e dallo sconforto. Devo reagire: e lo devo fare subito. Anche perché mi sono mostrato debole agli occhi della collega pediatra, una vera vipera velenosa, che piuttosto che ringraziarmi del contributo professionale ed umano dato durante la rianimazione della neonata nata da pochi secondi e ritornata in vita con le mani esperte e le manovre competenti della rianimatrice, mi ha apostrofato come un incapace e desideroso solo di soldi.
«Tu prendi con tre quattro guardie più di quanto prendo io in un mese.»
Ho avuto allora una ennesima dimostrazione di quanto la Sanità sia cambiata e in quali mani sia finita!
Tornando a casa provo uno smarrimento profondo, come mi capita spesso. Ed ora molto spesso da quando non ho più certezze.
L'auto scivola veloce sull'asfalto dell'Autostrada del Sole.
«Lino, Lino» diceva mio padre, «andiamo al ponte dell'autostrada».
Ed io prendevo il pallone e con il 1100 raggiungevamo il ponte. E lì iniziavo a correre, a saltare, a raccogliere fiori, ad inseguire le lucertole, fino a quando poi andavano giù sull'autostrada in costruzione. Ai miei occhi di bambino era una strada gigantesca, abituato alla statale 16 ed alla strada tutta curve che collega Molfetta con Bitonto.
Ero affascinato da tanta grandezza e mio padre mi sottolineava la perizia degli ingegneri e la forza delle maestranze. I primi nello studiare il tracciato e le seconde nel mettere in opera l'impresa.
Erano gli anni Sessanta, quelli della «ripresa economica», gli anni in cui in Italia si producevano automobili solide ed eleganti. La FIAT di Gianni Agnelli dominava il mercato italiano ed europeo, senza dimenticare la LANCIA elegante e raffinata e l'ALFA ROMEO con le sue spider, le cabrio e le Alfa della Polizia, fino all'AUTOBIANCHI, auto di nicchia, una vera sprinter per giovani esuberanti.
In casa poi gli elettrodomestici erano tutti italiani: ZOPPAS, SINGER, OLIVETTI; tutti prodotti italiani: frigoriferi, cucine, lavatrici e poi radio, televisori eccetera.
L'Italia della ripresa economica.
Mio padre ne era fiero, tanto fiero che si sentiva appartenere a questo «miracolo economico», al quale si era preparato studiando Medicina a Bari durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, 1939-1945, e poi con la Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia conseguita all'Università di Padova negli anni 1945-1950.
Spesso ricordava la decisione di Benito Mussolini di esonerare gli studenti di Medicina dal partecipare alla Campagna di Russia, dalla quale lui non sarebbe mai tornato, e di svolgere il servizio militare presso gli ospedali di Thiene e Padova, dove si era ritrovato a visitare e curare tanti giovani militari italiani feriti di ritorno dalla Russia.
Io bambino ero ammirato nell'ascoltare la sua storia e negli anni successivi ho sempre nutrito per mio padre ammirazione, riconoscenza ma anche un po' di rancore per quanto lui avesse fatto come figlio di contadino e per la mia certezza di non poter mai competere con le sue capacità ed i suoi traguardi.
«Fai il tuo dovere e ricordati che noi svolgiamo la professione di medico per la PROFESSIONE, non per il DENARO» diceva.
Anche questo insegnamento mi aveva sostenuto nell'abbandonare su due piedi il mio ruolo di «gettonista».
Piuttosto che ricevere un grazie per aver aderito all'appello della Regione Marche di dare la disponibilità di coprire turni di guardia nei reparti di pediatria, vista la carenza di colleghi strutturati, ero stato offeso e calunniato di svolgere il ruolo da incompetente e desideroso solo di soldi.
Per me era troppo.
I soldi, i soldi... anche nella Sanità il verbo era diventato: i SOLDI.
Sono arrivato alla fine a casa.
Ora ri-iniziava la storia di Franca e Ottavio.

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